Il giardino dalle mille voci – E. Arenz ed esperienza Club degli Editori

Con la lettura di oggi colgo l’occasione per aggiornarvi sulla mia esperienza come socia del Club degli Editori, al quale ho dedicato un articolo dettagliato che potete trovare qui.

Ormai è da più di un anno che ne faccio parte e penso di poter fare un bilancio sia in positivo, sia in negativo.

Dunque, ho letto spesso critiche sul Club degli Editori, soprattutto in relazione alla presunta difficoltà di cancellarsi come socio oppure rifiutare il libro del mese; in realtà, questi credo siano aspetti superati perché, come spiego nello stesso articolo di cui sopra, esistono diverse procedure per togliersi dai vincoli previsti per i soci.

Gli elementi che personalmente non apprezzo sono principalmente due:

  • Il catalogo che si presenta come ricco di volumi (sono 150 proposte circa ogni mese) ha sempre gli stessi titoli che girano e rigirano, soprattutto quelli che per il momento vanno per la maggiore, i classici tormentoni che potete trovare in ogni gruppo di lettori. Esatto, parlo proprio della saga dei Florio oppure dei romanzi della Pérrin, giusto per fare un paio di esempi. Insomma, a ben vedere, la scelta non è poi così variegata.
  • Il libro del mese è quasi sempre un thriller, cosa che non torna utile per i lettori che, come me, non hanno questo genere fra i propri preferiti. Questo mi spinge a dover controllare costantemente il sito per rifiutare il titolo del momento ed evitare di riceverlo nonostante non abbia alcun interesse a leggerlo (mi è successo almeno un paio di volte).

Di contro, però, ho fatto anche degli ottimi affari come acquistare best seller con uno sconto minimo del 20% oppure tris di libri pagando il 75% in meno!

Il giardino dalle mille voci di Ewald Arenz appartiene proprio a quest’ultima categoria, un romanzo che qui in Italia è quasi del tutto sconosciuto – su Ibs non esistono recensioni e su Amazon non raggiungono nemmeno la trentina – mentre in Germania ha fatto successo fin dal giorno della sua uscita.

Ecco qualche cenno della trama: Sally è una diciassettenne che scappa dalla clinica dove era rinchiusa per curare i suoi disturbi alimentari, perché è stufa delle persone che non la capiscono e dettano solo delle regole che lei deve seguire. Nella sua fuga raggiunge un paese di campagna con pochi abitanti e tanta natura, dove sembra che il tempo si sia fermato. Qui ad ospitarla è la taciturna Liss, che non le fa domande personali, ma la coinvolge a poco a poco nel lavoro dei campi, come una sorta di terapia benefica che però riguarda entrambe, perché anche questa donna nasconde dei segreti che la tormentano.

Nonostante, il libro non contenga un gran numero di pagine (superano di poco le duecento), si presenta comunque come una lettura impegnativa perché si concentra molto sull’analisi introspettiva delle protagoniste: da una parte abbiamo una ragazza arrabbiata con il mondo, sempre sulla difensiva, che desidera solo essere lasciata in pace e sentirsi libera.

Dall’altra c’è Liss, una donna che si sente appassire nella sua enorme fattoria, dove cerca di tenere a bada la frustrazione attraverso il piacere che trae dal lavoro nei campi, con i suoi ritmi regolari e la soddisfazione da ciò che produce.

Senza anticipare il finale, fra le due nasce un’amicizia profonda che le spinge a trovare forza l’una nell’altra per germogliare come i fiori dello stesso giardino che le circonda. Il simbolo di questo tentativo di riscatto è rappresentato dal giardino delle pere, che Liss inizialmente tiene gelosamente nascosto, anche perché è legato a sensazioni più negative che positive, per poi diventare una piacevole oasi di pace per entrambe.

Nel corso della storia l’autore accosta spesso le immagini della natura con la lotta interiore delle donne, soprattutto per quanto riguarda Liss, che ha un animo decisamente più tormentato, regalando al lettore un’immagine viva e poetica di ogni sentimento. Questo è uno degli aspetti che più mi sono piaciuti.

Invece, non ho del tutto apprezzato la struttura narrativa: le vicende del presente vengono a volte interrotte da flashback che riguardano il passato di una delle due, ma ci vuole qualche riga di lettura prima di riuscire a orientarsi e capire di chi si sta effettivamente parlando. Senza contare che in quei frangenti i dialoghi vengono riportati senza punteggiatura, rendendoli solo più irritanti, anche se capisco il tentativo di farli sembrare più simili a dei ricordi.

**Da qui in poi possono esserci anticipazioni sul finale**

Il finale della storia non mi è sembrato poi così scontato: non ci sono stravolgimenti nella vita delle due donne a livello fisico, perché Liss alla fine non fugge dalla fattoria, non incontra il figlio Peter, non affronta di petto il padre-padrone ecc. Così come Sally alla fine dovrà comunque tornare a casa ad adempiere ai suoi doveri, fra cui finire la scuola.

L’happy ending, se così si può definire, è tutto concentrato nell’animo delle protagoniste che riescono a vincere sui sentimenti negativi che le imprigionavano: la vera libertà non è quella fisica, ma quella che si ottiene a livello mentale, decidere per sé stessi ciò che rende davvero felici, senza doversi preoccupare di accontentare continuamente qualcuno, con il risultato di ritrovarsi alle soglie della mezza età pieni di rimpianti.

Un messaggio potente che si avverte come un’eco in tutto il romanzo per poi esplodere sul finale.

Attenzione, però, perché questo non significa fare tutto ciò che si vuole, ma trovare una sorta di equilibrio personale. Non a caso, Liss e Sally rappresentano due estremi di un’unica vita, due punti fondamentali nell’esistenza di ciascuna persona: la voglia di “spaccare il mondo” che si ha da ragazzini, in contrapposizione al resoconto che si fa in età più matura.

Non si può vivere per sempre in camper, senza responsabilità e pensieri, così come non si può decidere dall’oggi al domani di trasferirsi in una fattoria sperduta, facendo finta che il resto del mondo non esista più.

In sostanza, libertà non vuol dire fuggire, ma scegliere come affrontare ogni esperienza senza rinunciare alla propria felicità.

Voto 4/5.

Julia

“Quella donna non doveva pensare che lei adesso sarebbe tornata indietro. Non era così debole. Il malleolo bruciava ad ogni pedalata e questo era un bene. Pedalò più in fretta e più forte, si alzò e proseguì stando in piedi. Il vento le asciugò gli occhi. Quando arrivò all’inizio del bosco le bruciavano così tanto i polmoni che neanche più sentiva il malleolo, e riuscì giusto a vedere dove Liss sparì fra gli alberi.” Il giardino dalle mille voci, E. Arenz

Harry Potter e i Doni della Morte – J. K. Rowling

Per molte persone, fra cui me, il periodo autunnale/invernale può voler dire solo tre cose:

  • Copertina da divano;
  • Bevanda calda;
  • HARRY POTTER!

Anche se quest’anno il clima non sta facendo molto la sua parte: le piante sono ancora prevalentemente verdi, si sente aria di primavera e c’è gente che sta andando al mare.

Insomma, fatico a credere che tra meno di due mesi sarà già Natale.

Comunque, tralasciando il problema del cambiamento climatico, che meriterebbe lo spazio e le sedi opportune, torniamo al punto Harry Potter, perché finalmente dopo innumerevoli mesi ho finito di leggere la saga.

**Avverto che ci saranno delle anticipazioni sul finale da qui in poi**

Dunque, con i Doni della Morte siamo al settimo anno di scuola e la situazione del mondo magico è piuttosto critica: Lord Voldemort diventa sempre più potente, fa strage di Babbani e di Nati Babbani, raccogliendo anche un esercito costituito da creature poco raccomandabili, come i licantropi.

Harry e i suoi amici ce la mettono tutta per sconfiggerlo, principalmente andando alla ricerca degli Horcrux, ma la morte di Silente ha lasciato più domande che risposte e le piste da seguire sembrano piuttosto confuse.

È inutile dirvi che la storia narrata dal libro per certi versi è molto diversa da quella del film, anche se alcuni episodi sono stati riportati quasi fedelmente. Il problema è che se si guardano solo i lungometraggi restano in sospeso tante domande, fino a rendere alcuni avvenimenti del tutto incomprensibili: come hanno fatto a trovare Harry e i suoi amici nel bosco? Perché Aberforth ce l’aveva tanto con il fratello? Da dove arriva la Pietra della Risurrezione nascosta nel boccino? Chi sarebbe questo R.A.B che ha sostituito il Medaglione di Serpeverde? Ecc.

Uno degli aspetti che mi sono piaciuti di più è la profondità del personaggio di Silente. Sì esatto, Silente, non Piton come ritengono in moltissimi.

Questo perché se fino ad ora abbiamo visto il classico vecchio saggio stile Mago Merlino, qui scopriamo un passato travagliato e delle debolezze umane che lo rendono molto più realistico e interessante. Ci rendiamo conto anche che dietro a quel sorriso serafico nascondeva dei lati oscuri, fino ad apparire un vero e proprio calcolatore nei ricordi di Piton.

E a proposito di quest’ultimo, ho letto spesso commenti che elogiavano la sua caratterizzazione per lo stesso discorso del Preside. Personalmente, ho avuto l’impressione che il cambio di personalità sul finale fosse una sorta di forzatura di trama, il tentativo di inserire un ulteriore colpo di scena e attribuire anche a lui una parte buona. Certo, capisco che il senso sia: la gente non nasce cattiva di suo, ma lo diventa, però Piton era proprio una persona sgradevole, che se la prendeva con chi era più debole come Neville, per sentirsi meglio con se stesso.

Di contro, l’evoluzione di altri è anch’essa degna di nota, come lo stesso Neville che si rivela sempre più coraggioso, andando a ripercorrere le orme incompiute dei genitori, oppure Percy che finalmente si sveglia dalla sua idiozia.

Comunque, anche se ormai i film li so a memoria, la lettura della saga non mi ha annoiata affatto e mi è proprio dispiaciuto finirla.

Inoltre, secondo me quest’ultimo volume è il migliore in assoluto: tralasciando il fatto che lo stile di scrittura mi piace perché scorrevole, penso che concluda degnamente una storia fantasy che ha fatto sognare grandi e piccini.

Prima di leggerlo avevo sentito da parte di molti criticare la fine di Lord Voldemort descritta nel libro in contrapposizione all’epicità del film; onestamente, mi è piaciuta di più la versione della Rowling, perché mi è sembrata più poetica e carica di significato. Il problema di questo mago malvagio, infatti, è sempre stata la sua arroganza, che l’ha spinto a sottovalutare i nemici scavandosi la fossa da solo. E difatti, ad ucciderlo è stata proprio la sua maledizione rimbalzata al mittente.

Forse sarà una di quelle rare volte in cui potrò decidere di riprendere in mano la saga in futuro, per fiondarmi di nuovo in questo mondo magico.

E per inciso, per me la storia finisce comunque qua, senza contare la Maledizione dell’Erede e l’orrido Animali Fantastici che sta deludendo così tanto al cinema, da mettere in dubbio il prosieguo delle riprese. Non che la cosa mi dispiaccia, sinceramente.

Voto 5/5.

“Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore.” Harry Potter e i Doni della Morte, J. K. Rowling

La Mennulara – S. A. Hornby

Ci sono periodi come questo in cui purtroppo c’è poco spazio per la lettura, ma questa mattina mi sono voluta ritagliare una mezz’ora per parlavi di un libro che ho finito di recente.

Dunque, l’autrice Simonetta Agnello Hornby è conosciuta da anni, ma solo nell’ultimo biennio continuo a veder parlare di lei nei gruppi lei lettori, soprattutto in relazione agli ultimi romanzi: Punto Pieno e Piano Nobile.

Così, come tante altre volte, mi sono incuriosita e ho deciso di scoprire la sua penna artistica scegliendo, per puro caso lo ammetto, il romanzo d’esordio che l’ha resa famosa e ha inaugurato una prolifica carriera letteraria.

La Mennulara, che ad oggi si presenta anche con la consueta copertina dove una fanciulla di spalle è mezza coperta da drappi di dubbio gusto, è stato pubblicato per la prima volta nel 2002, per poi essere riveduto e arricchito nel 2019 attraverso una Graphic Novel di Massimo Fenati.

La storia è ambientata a Roccacolomba, un paesello inventato che si troverebbe in provincia di Palermo. Le vicende iniziano nel 23 settembre del 1963, quando la domestica di casa Alfallipe Maria Rosaria Inzerillo, detta Mennulara, muore prematuramente.

Non sarebbe poi una vicenda così straordinaria, se non fosse che nella famiglia altolocata dove aveva prestato servizio, era diventata una vera e propria amministratrice del patrimonio, facendolo fruttare a tal punto da riuscire a comprare una casa per sé stessa e pagare gli stipendi dei tre eredi ignoranti e incapaci.

Ora che è morta, però, sono iniziate speculazioni e pettegolezzi di ogni genere: come ha fatto a diventare così ricca? Avrà lasciato un’eredità ai membri della famiglia Alfallipe? Ha davvero rubato il loro denaro? Era coinvolta nelle attività della mafia locale?

Nel paese le voci iniziano a circolare, le persone non perdono neanche un dettaglio della vicenda e chi sa qualcosa inizia a fare il giro di conoscenze per aggiornare sugli ultimi pettegolezzi.

Man mano che si prosegue nella lettura si scopre un pezzo alla volta chi era questa donna, le sue origini, la sua vita e come è finita a lavorare per gli Alfallipe, ai quali ha dedicato praticamente tutta la sua esistenza, sacrificando la giovinezza.

Dunque, veniamo alle mie considerazioni personali.

Per prima cosa, senza troppi giri di parole, non sopporto lo stile di scrittura di questa autrice! Il racconto è suddiviso in numerosi capitoli, con un irritante riassunto iniziale che anticipa ciò che succede, togliendo anche ogni entusiasmo per eventuali colpi di scena.

Mi domando quale sia il senso di inserire quelle due righe di spiegazione come se fossimo alle scuole elementari: spezzano il ritmo e sono del tutto inutili. Ad un certo punto le ho ignorate deliberatamente.

Un altro aspetto che non ho apprezzato è la presenza di numerosi personaggi, molti dei quali sono inutili quanto i riassunti di prima: servono solo a creare confusione e ad alimentare l’idea che ci siano tante persone a spettegolare sulla vicenda.

Senza contare che è difficile ricordarseli tutti, anche perché hanno la stessa personalità: sono piatti, non hanno carattere e appaiono come una serie maschere che appiattiscono il racconto.

L’unica che spicca è la Mennulara (e menomale).

Per quanto riguarda la storia, sono costretta a fare delle anticipazioni per esprimere la mia opinione.

La sensazione che mi ha lasciato è una profonda tristezza nei confronti di questa donna che ha vissuto una vita infelice e nell’ombra, nonostante abbia lottato con le unghie e con i denti per mantenere salda la sua dignità.

Non solo subisce una violenza sessuale praticamente da bambina, ma per salvare il suo onore (come se fosse stata colpa sua), viene spedita a lavorare a casa degli Alfallipe. Qui diventa la concubina del giovane erede Orazio, che seguirà anche dopo che si sarà sposato.

La storia d’amore dei due è travagliata e può essere vissuta solo di nascosto: nessuno avrebbe mai accettato un matrimonio tra una serva orfana e un ragazzo nobile. Lei per lui ci sarà sempre, anche alla morte, aiutandolo in prima persona a porre fine alle sue sofferenze.

Il culmine della tristezza, se vogliamo, è che solo una volta passati a miglior vita hanno potuto esprimere il sentimento reciproco senza vergogna, attraverso l’evento artistico annuale “La Mennulara“.

Un altro aspetto che emerge da queste vicende è che purtroppo, molto più spesso di quanto si pensi, i meriti e i privilegi vengono dati per titoli che si hanno già alla nascita, non certo per capacità personali. Se da povero diventi ricco, si inizia a dubitare sulle modalità di successo.

Una visione cinica e rassegnata, arricchita anche da luoghi comuni, che oggi non vale più così tanto.

Voto 2/5.

Julia

PS: ma Aldo Busi che libro ha letto per definirlo “divertimento maestoso”?!

Harry Potter e il Principe Mezzosangue – J. K. Rowling

Finalmente, dopo mesi, ho proseguito con la lettura della saga fantasy più famosa del mondo, in linea con i buoni propositi di cui parlavo in un articolo precedente.

Questa volta, però, ho evitato di usare Audible e mi sono interamente fiondata sulla lettura, trovandola difatti molto più coinvolgente.

E niente, forse Audible non fa proprio per me: mi distraggo facilmente e dopo un po’ mi viene mal di testa.

Comunque, parto subito col dire che chi ha visto solo i film, praticamente si è perso fette importantissime della storia: in questo capitolo, come si suol dire, “i nodi vengono al pettine”, o perlomeno, ci provano.

La trama del lungometraggio è la seguente: Harry inizia il sesto anno e cerca di diventare il cocco di Lumacorno, con lo scopo di ottenere un ricordo fondamentale per sconfiggere Voldemort. Nel frattempo, Ron vince per miracolo una partita di Quidditch e pomicia con Lavanda, che fino a quel momento manco si sapeva chi fosse. Hermione se la prende con lui per questo. Ginny è un po’ una gatta morta. Per darle giusto un pizzico di carattere la fanno urlare prima di un allenamento per zittire la gente ed entrare nella stanza delle necessità insieme ad Harry, al fine di nascondere il libro di Pozioni.

Quando ho letto il libro sono rimasta basita dai cambiamenti, che in alcuni casi hanno proprio snaturato dei personaggi e fatto perdere il senso degli eventi.

Prima di tutto, si spiegano per filo e per segno le origini di Voldemort, perché ha scelto proprio quegli Horcrux e da dove deriva tutto questo odio per chi non è un purosangue.

Dall’altra parte, abbiamo anche la scoperta del nome del Principe Mezzosangue che sappiamo essere stato inventato da un giovane Piton, ma perché proprio queste parole? Anche se non si entra troppo nei dettagli, viene comunque fornita qualche informazione interessante.

Per quanto riguarda i personaggi, mi dispiace tantissimo che quello di Ginny abbia subito un taglio così netto e brutale. È una ragazza astuta, diretta e intelligente, ma nel film non si vede niente di tutto questo.

Chiaramente non è l’unica, ma è quella che mi ha colpito di più. Perché ci sarebbero anche Tonks e Lupin che nei film ricompaiono più avanti, ma qui abbiamo l’esordio della loro storia d’amore.

Ho anche notato che nei film hanno reso più comici alcuni episodi: per esempio, il funerale di Aragog con un Harry esaltato che imita il verso delle acromantule, oppure i goffi tentativi di seduzione di McLaggen ad una cena del Lumaclub, o ancora, lo sguardo da psicopatica di Lavanda dopo esser stata lasciata.

Devo ammettere, però, che il sesto libro mi è piaciuto più dell’Ordine della Fenice; difatti, non mi sono mai annoiata e la lettura scorreva veloce, facendomi ritrovare a sfogliare le pagine anche a notte fonda.

Nel precedente, invece, avevo come l’impressione che la Rowling stesse allungando il brodo inserendo una ripetizione infinita delle attività scolastiche di Harry e i suoi amici.

Consigliato? Ovviamente sì!

Voto 5/5.

Julia

“La grandezza ispira l’invidia, l’invidia genera rancore, il rancore produce menzogne.” Harry Potter e il Principe Mezzosangue, J. K. Rowling

Agatha Raisin La quiche letale – M. C. Beaton

Quest’estate, prima di partire per le vacanze, mi sono piazzata davanti alla mia libreria per capire quale storia mi sarei potuta portare dietro, ovviamente lontana dallo sguardo indiscreto di Guerra e Pace che ancora aspetta di essere finito.

Dunque, per me la libreria funziona un po’ come l’armadio dei vestiti: ho tanta roba, ma non so mai quale tirare fuori.

Le caratteristiche che cercavo erano le seguenti:

  • Qualcosa di leggero, poco impegnativo;
  • Un po’ di humor che non guasta;
  • Copertina interessante.

La scelta è ricaduta su Agatha Raisin La quiche letale di M. C. Beaton, che persino dal titolo fa presagire il tipo di storia che andreste a trovare.

Già tempo fa mi ero scontrata con lo humor inglese grazie a La Sovrana Lettrice di Bennet che, a dispetto delle recensioni, avevo trovato tutt’altro che divertente.

Eppure, questa volta mi sono dovuta ricredere!

Insomma, la protagonista è Agatha, una cinquantenne londinese che ha avuto una carriera brillante come PR, ma ora ha deciso di vendere tutto per trasferirsi nella campagna dei Cotsworlds.

Avete presente quelle casettine carine che si vedono nelle cartoline o nei film tipo L’amore non va in vacanza? Quelle costruite in pietra con giardino fiorito, caminetto perennemente acceso e vicini di casa che ti sorridono sempre.

Ecco, anche Agatha si era illusa di una situazione del genere, salvo poi scoprire che i vicini sono fintamente cortesi e che il suo giardino fa pena perché non viene curato.

Lei non si arrende e pur di entrare nelle grazie dei 4 gatti che vivono in zona, decide di vincere (partecipare non basta) una gara di quiche, nonostante non abbia mai cucinato un uovo al tegamino.

Come se non bastasse, uno dei giudici ci resta secco dopo aver mangiato proprio il suo piatto!

Ovviamente i primi sospetti ricadono su di lei e la sua principale preoccupazione è quella di dover rivelare che la quiche in realtà non l’ha cucinata lei, ma era andata a comprarla in città.

Iniziano così le sue indagini per scoprire chi abbia davvero ucciso il giudice della competizione, attraverso una serie di malintesi e l’incontro con casi umani.

Anche se i colpi di scena non sono poi così tanti, questo libro si fa leggere con piacere perché è davvero divertente.

Agatha è molto lontana dai detective che siamo abituati a conoscere, con la loro eleganza ed incredibile arguzia nello sgusciare fra una prova e l’altra senza alzare un polverone.

Lei no: è scontrosa, diretta, non le manda a dire, se la prende con il mondo intero e ovunque vada combina guai.

Io l’ho trovata semplicemente fantastica e più volte mi ha strappato una risata.

Una lettura consigliata per chi sta cercando un romanzo leggero, divertente e che contenga un pizzico di mistero in stile signora Fletcher.

Fra l’altro, ho scoperto che è il primo di una lunghissima serie che conta una trentina di libri e non sono neanche gli unici scritti dall’autrice.

Difatti, la signora Marion Chesney (1936 – 2019) ha pubblicato decine e decine di libri, alcuni utilizzando il suo vero nome, altri dietro numerosi pseudonimi, come M. C. Beaton, Ann Fairfax, Jennie TremaineHelen CramptonCharlotte Ward, e Sarah Chester.

Una mente a dir poco geniale!

Voto 5/5.

Julia

Aggiornamenti da lettrice: il problema delle saghe mozzate

Dopo due mesi esatti finalmente prendo in mano il mio blog per scrivere qualcosa, anche se in realtà avrei sperato di parlare di un argomento di tutt’altro genere.

Sì, perché a giugno, carica di buone intenzioni, avevo deciso di partecipare ad un gruppo di lettura online e dopo diversi sondaggi era emerso che bisognava leggere all together niente popò di meno che Guerra e Pace di L. N. Tolstoj.

Questo classico fa parte di quella vasta schiera di letture definite “mattoni” che ho sempre avuto paura di affrontare, non tanto per il generoso numero di pagine, ma più che altro per la profondità e complessità degli argomenti trattati.

Com’è andata?

Dopo circa due mesi è fermo a pagina 265 e se ne sta appollaiato su un angolo del divano, mentre mi fissa con aria truce.

Il fatto è che le parti che parlano della guerra mi annoiano da morire e fatico a tenere il passo.

Alla fine, ho superato i sensi di colpa e mi sono fiondata su una lettura ultra leggera, ovvero Agatha Raisin La quiche letale di M. C. Beaton, alimentando di fatto un mio problema cronico che porto avanti da anni:

INIZIO SAGHE E SERIE SENZA MAI FINIRLE!

E sono proprio tante: Harry Potter, Divergent, Uomini che Odiano le Donne, la saga dei Florio ecc. Ogni volta puntualmente compro il primo volume, lo leggo e a prescindere dal fatto che mi piaccia o meno, mi fermo lì.

Nel mio personalissimo curriculum da lettrice potevo ancora vantarmi di aver terminato perlomeno la tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati di Zafon e l’ammmmore fra Bella e il tenebroso Edward della Meyer, divorato in pochissimo tempo alle superiori in preda a crisi adolescenziali.

In quel periodo ho battuto ogni record di film mentali e così pure le mie amiche, perché avevamo anche la sfacciataggine di raccontarci i nostri sogni a occhi aperti.

Il problema è che adesso non posso più nemmeno dire che la saga dei vampiri l’ho finita, perché a distanza di anni sono stati pubblicati Midnight Sun (cioè Twilight in versione Edwardiana) e Life & Death, sempre sullo stesso tipo di amore, ma a ruoli invertiti.

Quindi, oggi per me rappresenta il Capodanno, ovvero quel giorno in cui si fa una lista mentale di buoni propositi e nei mesi successivi si accampano scuse per non seguirli.

Ciò significa che all’alba del 18 agosto aggiorno la mia lista:

  • Imparare l’inglese ad un livello che mi permetta di mantenere un minimo di dignità quando viaggio fuori Italia. Bilancio attuale: Duolingo si è arreso e non mi manda più notifiche per ricordarmi gli esercizi giornalieri.
  • Perdere abbastanza kg da riuscire a salire le scale di casa senza fare testamento arrivata in cima. Bilancio attuale: prognosi riservata.
  • Migliorare in ambito lavorativo, il che vuol dire tutto e niente. Bilancio: iniziati almeno due corsi e mai finiti. In uno il tizio aspetta ancora altri miei esercizi da mesi.
  • NOVITA’: portare a termine le saghe e serie già iniziate che quantomeno mi sono piaciute già al primo volume. Bilancio: ho scoperto che Agatha Raisin conta ben TRENTA LIBRI!!!

Riuscirò a raggiungere almeno uno di questi obiettivi? Mmh…

Stay tuned!

Julia

La ragazza interrotta – S. Kaysen

Per molte persone il nome Susanna Kaysen potrebbe non dire nulla, ma a sentir La ragazza interrotta salterebbe subito alla mente il film dal titolo molto simile del 1999, diretto da James Mangold.

E difatti, il lungometraggio Ragazze interrotte trae proprio ispirazione da questo diario autobiografico, dove l’autrice racconta la sua esperienza in manicomio, vissuta alla fine degli anni Sessanta.

Questo libro ha fatto parte della mia wishlist per diversi mesi, prima di decidermi a comprarlo e leggerlo. Nel frattempo avrò visto il film almeno un paio di volte: una storia toccante che lascia il segno, soprattutto per chi da quell’incubo non è più uscito.

Quando ho iniziato a leggere il diario ero sicuramente carica di aspettative: mi aspettavo un racconto lineare, dove forse si entrava più nei dettagli nelle storie che riguardavano le altre pazienti. Mi sarebbe piaciuto sapere anche che fine avessero fatto tutte.

Ad essere sincera, sono rimasta un po’ delusa in generale, perché l’ho trovato confusionario nella narrazione. In aggiunta, mi sono resa conto che per il film si è dato ampio spazio all’interpretazione, cercando di mettere in successione eventi raccontati a random.

Infatti il libro è così strutturato: una serie di brevi episodi raccontati in prima persona, intervallati da fotocopie di referti medici originali che riguardano Susanna stessa. Non ci sono date ad inizio capitolo, perciò non si riesce a collocare gli eventi all’interno di una linea temporale. L’ordine di presentazione non c’entra nulla, anche perché prima si parla della morte di un personaggio, il quale ricompare alcuni capitoli dopo.

Nella parte finale ci sono una serie di considerazioni dell’autrice riguardo alla sua patologia, da dove ha tratto il titolo del libro e giusto un paio di episodi per raccontare che fine abbiano fatto Lisa e Georgina.

Insomma, mi sarei aspettata un po’ più cura da questo punto di vista.

Ricordo che anche Alda Merini ne L’Altra Verità, oppure Chamed in Mi si è fermato il cuore, comunque hanno cercato di dare un ordine agli eventi, una sorta di orientamento per il lettore, seppur con stili completamente differenti.

Invece, la mia impressione è che Kaysen abbia voluto trascrivere un diario per sé stessa, una sorta di sfogo personale terapeutico per staccarsi definitivamente da quella esperienza in ospedale psichiatrico.

La sua narrazione rimane comunque lucida nella descrizione di atteggiamenti bizzarri che la caratterizzano, anche se a tratti sembra che lei stessa voglia negare di avere dei disturbi psichiatrici; invero, mostra delle perplessità riguardo al trattamento a lei riservato o all’interpretazione dei suoi comportamenti, così come alle condizioni che determinano la diagnosi stessa.

Celebre infatti è la sua osservazione riguardo alla promiscuità femminile, messa a confronto con quella maschile: un giudizio che spinge a riflettere, peraltro riportato anche nel film.

Insomma, lo consiglio? Sì, ma più che altro per le interessanti riflessioni riguardo agli stessi disturbi.

Ps: nel film ci sono aspetti diversissimi rispetto al libro, primo fra tutti le sembianze dei personaggi. L’infermiera Valerie nella realtà era bionda con carnagione chiara, mentre Lisa mora. Inoltre, alcuni episodi sembrano inventati di sana pianta, come la fuga di Susanna e Lisa, che raggiungono la casa di Daisy oppure la diagnosi di altre pazienti.

I matti sono un po’ come i calciatori scelti per battere il rigore. Spesso è pazza l’intera famiglia, ma poiché non può entrare tutta in ospedale, si sceglie una sola persona come pazza e la si interna. Poi, a seconda di come si sentono gli altri componenti, la si tiene dentro o la si risbatte fuori, per dimostrare qualcosa sulla salute mentale della famiglia stessa.La Ragazza Interrotta, S. Kaysen

Le sorelle Donguri – B. Yoshimoto

Quando ci sono periodi un po’ difficili e carichi di preoccupazioni, ognuno di noi cerca un modo per distrarsi: chi fa sport fino allo sfinimento, chi esce con amici e chi come me inizia a leggere NO STOP per riempire la testa di storie che non ci appartengono.

Settimane fa mi è capitato di passare in libreria e se c’è una cosa alla quale non riesco proprio a resistere sono quelle favolose offerte del tipo “Prendi 2 e paghi 9,90“.

Il problema è che molte volte scorrendo le copertine non trovo gran che di interessante, soprattutto quando afferro qualche volume e leggo la trama; quindi, in tempo zero mi allontano un po’ delusa.

L’ultima volta, invece, sono stata travolta dalla voglia di shopping e ho deciso di comprare qualcosa, fra cui Le sorelle Donguri di Banana Yoshimoto.

Premetto che all’inizio non mi entusiasmava l’idea di approcciarmi ancora a questa autrice: avevo letto Kitchen mesi fa e, a dispetto delle recensioni entusiaste presenti nel web, non mi aveva fatto impazzire. Cliccando qui, potete trovare la recensione.

Insomma, ho voluto fare un altro tentativo e sono rimasta molto contenta. Certo, è evidente che Le sorelle Donguri è un’opera più matura rispetto alla precedente, dove ritorna comunque il tema della morte (mamma, che ansia!) con conseguente lutto, ma lo fa in maniera così delicata, da diventare estremamente poetico.

In questo romanzo le protagoniste sono Donko e Guriko, due sorelle diversissime che dopo una serie di lutti che iniziano con la morte dei genitori in un incidente, possono contare solo l’una sull’altra. Decidono di aprire una sorta di sito di ascolto, dove la gente invia mail per sfogarsi sulla qualunque e loro rispondono dando conforto.

Un giorno Guriko sogna Mugi, il suo primissimo amore che non vede da anni, e decide di andare a cercarlo, trovando il coraggio di uscire dalla sua clausura: Guriko, infatti, è una ragazza molto introversa e di rado si concede svaghi, al contrario della sorella.

La storia ha un ritmo molto lento, senza particolari colpi di scena e potrebbe risultare noioso. Il grosso della narrazione riguarda l’analisi introspettiva di Guriko, che ricorda il suo percorso travagliato, il senso di solitudine che l’ha portata ad ammalarsi e il desiderio di cambiare pur non avendone il coraggio.

La storia d’amore fra lei e Mugi, così surreale e delicata, è stata una delle più toccanti che abbia mai letto. Secondo me era poesia pura, così come tutte le similitudini e metafore utilizzate nell’intero romanzo, a metà fra la realtà e il sogno di Guriko.

Per i teneroni inside come me, che da fuori sembrano sempre dei T-rex nevrotici e arrabbiati, è il libro ideale che fa sognare e riflettere, lasciando comunque un po’ di amaro in bocca.

Attenzione: non è la classica storia d’amore! Basta, non dico altro…

Voto 5/5.

“Quando non si esce in casa per tanti giorni, nella nostra testa il mondo diventa a poco a poco più grande di quello reale. Senza che ce ne accorgiamo, le nostre fissazioni prendono il sopravvento. Allora si deve uscire per ristabilire le proporzioni – questo è quello che faccio sempre. Farsi da parte, recuperare le energie. O così o si finisce per soccombere. La minaccia non viene dall’esterno: è la nostra parte più intima che rischiamo di perdere di vista. E se questo accade, le persone intorno a noi percepiranno il nostro spaesamento e il loro atteggiamento nei nostri confronti cambierà.” Le sorelle Donguri, B. Yoshimoto

Addio, a domani – S. Efionayi

Diversi mesi fa mi ricordo che era stato pubblicato un post di recensione su un gruppo di lettori, dove si parlava del grande classico Il buio oltre la siepe di H. Lee, considerato da tutti uno dei pilastri fondamentali per quanto riguarda la denuncia al razzismo.

È anche vero che il racconto dell’autrice risale agli anni Cinquanta e Sessanta, un bel po’ di decenni fa: di conseguenza alcune persone hanno anche smesso di prenderlo in considerazione, come un utente che proprio sotto a quel post aveva commentato dicendo che ormai si trattava di un testo superato, appartenente ad un periodo storico troppo lontano per potersi immedesimare.

Il problema è che il razzismo ha solo mutato forma, ma rimane sempre presente, come un tarlo che consuma tutti gli strati sociali di una qualsiasi società che vuole considerarsi civile.

La testimonianza di Sabrina Efionayi non ha scuse per passare inosservata: lei è una ragazza con una storia struggente, cresciuta in mezzo a più mondi, senza mai riuscire ad indentificarsi pienamente in nessuno di questi. Da una parte c’è quello della famiglia biologica, con una mamma nigeriana costretta a prostituirsi, mentre il padre compaesano ha persino rifiutato di riconoscerla (il cognome le è stato dato da un caro amico).

Dall’altra abbiamo una famiglia napoletana che prende a cuore la situazione, a tal punto da acconsentire a crescere quella bambina come se fosse una figlia.

Sabrina non perde legami con nessuno e col tempo cerca la sua identità indagando ovunque, ma senza riuscire mai ad inserirsi: fra gli italiani è troppo scura come aspetto, fra gli africani è troppo bianca nel comportamento.

Ciò che ho letto nella sua biografia Addio, a domani è un costante tentativo di assecondare le aspettative altrui, chiudendo sé stessa in un’ostinata discrezione. Quando parla dice alle persone ciò che vogliono sentirsi dire, frasi studiate per non offendere la mamma biologica che la vorrebbe più in linea con il carattere estroverso africano o per non alimentare la paura di perderla da parte della madre adottiva Antonietta.

Ma Sabrina ha tanto da dare. È una ragazza molto intelligente e la sua capacità di scrittura la si evince già da queste poche pagine, dove cerca di raccontare la sua storia e quella della madre Gladys dall’esterno, per poi terminare con una considerazione riguardo al razzismo di oggi.

Ora, pensi che Il buio oltre la siepe sia ormai superato perché al giorno d’oggi non si fanno più processi a persone solo per il colore della pelle?

Beh, allora leggi la testimonianza di questa ragazza e poi ne riparliamo.

Voto 5/5!

“Get up, Gladys. You’re a woman. You’re a black woman in a country where we are nothing. In a country like this, in a world like this, you have to be a woman twice. All you have to do as a woman, all the pain and all the love, you have to fight for it, twice. Cause you’re a black woman.” Addio, a domani di S. Efionayi

La casa degli specchi – C. Caboni

È ormai un mese che non scrivo una recensione: l’ultima volta eravamo nel pieno delle piogge, degne di Londra, ma adesso l’estate ha cominciato a fare sul serio.

In pratica da marzo siamo passati direttamente a luglio. Mi domando ad agosto quanti di noi sopravvivranno al caldo torrido…

Comunque, l’importante è mettere in pratica i soliti consigli del tg5: non uscire quando fa caldo, bere tanto e rinfrescarsi spesso.

Insomma, con questo clima da Vamos a la playa, ho voluto leggere un romanzo leggero, il classico da ombrellone, che fra l’altro è ambientato a Positano, sulla bellissima Costiera Amalfitana.

Sto parlando de La Casa degli Specchi di Cristina Caboni, un best seller che ha avuto un discreto successo nel nostro Paese.

Ah, piccolo consiglio: se cercate letture leggere, vi basta guardare la copertina. Se c’è una tizia di spalle con abiti d’altri tempi, significa che la storia prevede una buona dose di amore, zucchero e tante belle cccouse.

Comunque, la trama è questa: Milena è cresciuta a Positano insieme al nonno Michele, un famoso orefice, nella Villa degli Specchi. Sua mamma purtroppo è morta quando era solo una bambina, suo padre abita a Roma insieme a Teresa e la nonna è scomparsa da tanti anni senza lasciare traccia.

Un giorno, durante dei lavori, viene rinvenuto uno scheletro nel pozzo del giardino, il quale indossava un orologio d’oro evidentemente prodotto dal nonno. Lui dal canto suo inizia a perdere lucidità e pare che la questione della nonna scomparsa nasconda molto di più di quanto sembri.

Nel corso della storia Milena cercherà di scoprire la verità, a maggior ragione dopo che trova nella casa un passaggio nascosto che dà verso una stanza carica di ricordi.

Dunque, devo dire che lo stile di scrittura l’ho trovato piacevole: è leggero, scorrevole e coinvolgente. I luoghi sono descritti così bene che sembra di trovarsi lì in mezzo a quel paradiso.

Anche i flashback secondo me sono stati raccontati in maniera eccelsa, mischiando elementi della storia inventati, ad aneddoti reali riguardo a personaggi famosi.

Ciò che mi ha fatto storcere un po’ il naso è l’aspetto sentimentale delle vicende: la parte della nonna mi è sembrata più coinvolgente rispetto a quella di Milena. Peraltro, la sua confusione sul da farsi ha reso insipido ogni rapporto amoroso instaurato.

Senza contare che non mi pare appropriata la confidenza che si prende un maresciallo nel corso delle indagini, come se fra i due ci fosse un rapporto confidenziale già prima del ritrovamento del cadavere.

Il finale mi è sembrato un po’ surreale e fin troppo ottimista, ma non dico altro per non fare spoiler.

Voto 3/5.

“Quando si è incapaci di far fronte a qualcosa, la si ignora. Si finge che non sia successo davvero. Si può affrontare la sofferenza in tanti modi. Espiando. Dimenticando. Io ho fatto entrambe le cose.” La casa degli specchi, C. Caboni