Harry Potter e il Principe Mezzosangue – J. K. Rowling

Finalmente, dopo mesi, ho proseguito con la lettura della saga fantasy più famosa del mondo, in linea con i buoni propositi di cui parlavo in un articolo precedente.

Questa volta, però, ho evitato di usare Audible e mi sono interamente fiondata sulla lettura, trovandola difatti molto più coinvolgente.

E niente, forse Audible non fa proprio per me: mi distraggo facilmente e dopo un po’ mi viene mal di testa.

Comunque, parto subito col dire che chi ha visto solo i film, praticamente si è perso fette importantissime della storia: in questo capitolo, come si suol dire, “i nodi vengono al pettine”, o perlomeno, ci provano.

La trama del lungometraggio è la seguente: Harry inizia il sesto anno e cerca di diventare il cocco di Lumacorno, con lo scopo di ottenere un ricordo fondamentale per sconfiggere Voldemort. Nel frattempo, Ron vince per miracolo una partita di Quidditch e pomicia con Lavanda, che fino a quel momento manco si sapeva chi fosse. Hermione se la prende con lui per questo. Ginny è un po’ una gatta morta. Per darle giusto un pizzico di carattere la fanno urlare prima di un allenamento per zittire la gente ed entrare nella stanza delle necessità insieme ad Harry, al fine di nascondere il libro di Pozioni.

Quando ho letto il libro sono rimasta basita dai cambiamenti, che in alcuni casi hanno proprio snaturato dei personaggi e fatto perdere il senso degli eventi.

Prima di tutto, si spiegano per filo e per segno le origini di Voldemort, perché ha scelto proprio quegli Horcrux e da dove deriva tutto questo odio per chi non è un purosangue.

Dall’altra parte, abbiamo anche la scoperta del nome del Principe Mezzosangue che sappiamo essere stato inventato da un giovane Piton, ma perché proprio queste parole? Anche se non si entra troppo nei dettagli, viene comunque fornita qualche informazione interessante.

Per quanto riguarda i personaggi, mi dispiace tantissimo che quello di Ginny abbia subito un taglio così netto e brutale. È una ragazza astuta, diretta e intelligente, ma nel film non si vede niente di tutto questo.

Chiaramente non è l’unica, ma è quella che mi ha colpito di più. Perché ci sarebbero anche Tonks e Lupin che nei film ricompaiono più avanti, ma qui abbiamo l’esordio della loro storia d’amore.

Ho anche notato che nei film hanno reso più comici alcuni episodi: per esempio, il funerale di Aragog con un Harry esaltato che imita il verso delle acromantule, oppure i goffi tentativi di seduzione di McLaggen ad una cena del Lumaclub, o ancora, lo sguardo da psicopatica di Lavanda dopo esser stata lasciata.

Devo ammettere, però, che il sesto libro mi è piaciuto più dell’Ordine della Fenice; difatti, non mi sono mai annoiata e la lettura scorreva veloce, facendomi ritrovare a sfogliare le pagine anche a notte fonda.

Nel precedente, invece, avevo come l’impressione che la Rowling stesse allungando il brodo inserendo una ripetizione infinita delle attività scolastiche di Harry e i suoi amici.

Consigliato? Ovviamente sì!

Voto 5/5.

Julia

“La grandezza ispira l’invidia, l’invidia genera rancore, il rancore produce menzogne.” Harry Potter e il Principe Mezzosangue, J. K. Rowling

Harry Potter 5: una luuuuunghissima lettura

Finalmente posso recensire il quinto volume della saga di Harry Potter, ovvero L’Ordine della Fenice, considerando che è il libro che mi sono trascinata dietro per più tempo in assoluto!

Questo perché l’ho iniziato su Audible, volendo provare il servizio e optando per una lettura già decantata ed apprezzata: infatti, la narrazione ha la voce di Pannofino, che è come farsi raccontare la storia da Hagrid in persona!

All’inizio lo ascoltavo sporadicamente mentre cucinavo o rassettavo casa (cosa che non sopporto fare), poi ha cominciato a tenermi compagnia nei miei viaggi per raggiungere la famiglia (oltre 200km), mentre mio marito russava al lato passeggero.

Da qui sorse un enorme problema: siccome passavano anche settimane da una sessione all’altra e nel frattempo mi cimentavo in altre letture, alcuni pezzi cominciavo a dimenticarmeli. Ecco che la storia ha iniziato a sembrarmi noiosa, ripetitiva, tirata troppo per le lunghe e monotona…

Così, ad abbonamento Audible scaduto, l’ho messo da parte per riprenderlo giorni fa, peraltro senza ricordarmi a che punto fossi arrivata e difatti, mentre scorrevo le pagine alcune parti mi sembravano familiari.

Sarà perché erano le ultime 200/250 pagine, sarà perché lo stavo leggendo io direttamente, ma mi è sembrato un po’ più avvincente.

Come tutti sappiamo, nel quinto libro c’è la morte di un personaggio molto importante, che nei film si vede poco e niente, mentre qui è parecchio presente nella vita di Harry, rendendo ancora più drammatica la sofferenza di questo ragazzo che aveva appena iniziato a riprendersi dopo aver assistito alla morte di Cèdric.

Inoltre, mi ha colpita la parte che riguarda l’Ufficio Misteri del Ministero della Magia, molto più inquietante rispetto al lungometraggio, che ha ridotto il tutto ad uno scontro durato pochi minuti e in due stanze (più o meno). Penso che se avessero inserito le stesse scene del libro, si sarebbe trasformato in un mezzo horror, fra cervelli vivi, il Mangiamorte con la testa da neonato e l’immagine dell’arco con il drappo che si muove “a cavoli suoi”, mentre si sente bisbigliare.

Altro discorso è la Umbridge che conosciamo tutti con il volto di Imelda Stauton, sempre in rosa confetto, mentre nel libro ha l’aspetto orrido di una rana, indossa abiti di tweed verdi e non ha il collo. Non so per quale motivo, ma leggendo mi sono immaginata una signora grassa e bassa con la faccia di Jabba di Guerre Stellari!

Ultima considerazione, ci sono rimasta male per come la povera Luna venga trattata con sufficienza dai protagonisti, colpevole di avere la testa immersa in un mondo a parte. Voglio dire, passa per Harry che poteva dirsi influenzato da Voldemort, ma gli altri? Che antipatici!

Per tutte le altre differenze con il film, non vi resta che leggere l’Ordine della Fenice!

Tutto sommato, questo volume mi è piaciuto meno degli altri. C’è stato un momento in cui ho avuto l’impressione che la Rowling la stesse tirando un po’ troppo per le lunghe, descrivendo ogni minimo dettaglio della vita scolastica di Harry, senza che accadesse qualcosa di veramente interessante per decine di pagine.

Voto 3/5.

Julia

“Tu non sei una persona cattiva Harry. Sei una persona buonissima, a cui sono capitate cose cattive. E poi il mondo non si divide in persone buone e Mangiamorte. Tutti abbiamo sia luce che oscurità dentro di noi. Ciò che conta è da che parte scegliamo di agire. È questo quello che siamo.” Harry potter e l’Ordine della Fenice, J. K. Rowling

Vi sblocco un ricordo!

Oggi vorrei parlarvi di un vero e proprio tesoro nascosto che ho trovato fra i volumi della mia libreria personale: tanti piccoli testi dalla copertina bianca e titoli colorati, alcuni tratti da autori classici, altri un po’ sconosciuti.

Conservo un dolce ricordo di questi tascabili La Spiga, comprati tanti anni fa da mia mamma per me e mio fratello (abbiamo circa un anno di differenza), probabilmente cercando di alimentare una certa curiosità del mondo della lettura, cosa che per altro già avevo iniziato a manifestare.

Chi è cresciuto a cavallo fra gli anni Novanta e inizi anni Duemila probabilmente ne avrà già sentito parlare: la casa editrice di cui sopra aveva sponsorizzato delle collane di libri molto brevi, di circa una cinquantina di pagine, con caratteri parecchio grandi e dedicati a diverse fasce di lettori. Gli stessi nella parte finale riportavano degli esercizi semplici di comprensione del testo.

Le collane erano così suddivise per età:

  • I Rosicchia Favole, da 4 a 6 anni;
  • Le Pulci con gli Occhiali, da 6 a 8 anni;
  • Piccoli Lettori, da 8 a 11 anni.

Cominciate a ricordare qualcosa? Probabilmente ho sbloccato anche in alcuni di voi un dolce ricordo legato a questa esperienza: forse come me eravate bambini a quei tempi, oppure avete avuto figli o nipoti ai quali avete regalato gli stessi libri.

Ricordo ancora quando mia mamma ci aveva fatto scegliere i titoli che avremmo voluto. Nel mio caso ero andata più sul misterioso e horror, dal momento che queste storie mi intrigavano, come Racconti del terrore di E. A. Poe, oppure Il Triangolo delle Bermuda di S. Spartà, chiaramente entrambi in versione molto scarna per adattarla ai bambini.

Mio fratello, invece, aveva preferito qualcosa di soft, con un interessante Il Drago dormiglione di S. Bongiovanni, o ancora Pippo il Pipistrello di J. de La Fontaine.

Certo, non era facile scegliere in mezzo a titoli curiosi come Chichì, Cocò e Cucù e La Strega Frittellona!

Ma ciò che ho apprezzato, col senno di poi, era altresì la presenza di adattamenti di grandi classici per i più piccoli, come Biancaneve e i Sette Nani, Robinson Crusoe, Dracula e Don Chisciotte della Mancha, per citarne alcuni.

Che fine hanno fatto questi libri?

Dopo tanti anni è chiaro che ormai si tratta di collane fuori stampa, ma se siete fortunati potete trovare qualche reperto archeologico in vendita su Ebay, per esempio.

Navigando in rete ho scoperto che La Spiga fa parte del Gruppo Editoriale Eli e sul sito, che puoi raggiungere cliccando qui, ci sono sia proposte che riguardano manuali scolastici, sia il catalogo di narrativa suddiviso per fasce di età.

Sicuramente ci saranno altre case editrici che propongono la stessa iniziativa per i più piccoli, come la collana Oscar Primi Junior della Mondadori, oppure La Mia Prima Biblioteca di Fiabe Illustrate della Feltrinelli, ma i costi sono molto cambiati in questi vent’anni: difatti, l’offerta presente a quei tempi era di 4 volumi a soli 6 euro, mentre adesso lo stesso prezzo probabilmente vale per un singolo libro, quando scontato.

Per caso vi ho fatto ricordare qualche collana della vostra infanzia?

Julia

Grandi Classici: Il Vecchio e il Mare

Non so quante volte mi è capitato di leggere nei gruppi di lettura la fatidica domanda “c’è un grande classico che non avete mai finito oppure non apprezzato?”, declinata in tutte le sue varianti.

Chiaramente le risposte sono varie: alcune prevedibili, poiché citano autori che notoriamente scrivono in maniera molto prolissa e “pesante”, altre invece sono voci fuori dal coro, lanciando una bomba ad orologeria come “A me non è piaciuto Il buio oltre la siepe!” (A proposito, proprio qui trovi la mia recensione).

Un titolo che ho trovato spesso e volentieri associato alla parola noia è Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, considerato uno degli autori americani più apprezzati, la cui opera è entrata a far parte della top 100 libri di GreatestBooks (qui la lista completa).

Come poteva essere considerato noioso un romanzo che gode di una tale fama? Dovevo indagare, perciò, approfittando di uno sconto sul sito di Libraccio, l’ho acquistato insieme ad altri must have.

La trama è questa: ci troviamo a Cuba e Santiago è un pescatore molto anziano che non piglia pesci (letteralmente) da ben 84 giorni. Poiché il ragazzo che lo aiutava è stato costretto dai genitori a lavorare in un altro peschereccio, esce al largo da solo per tentare la sorte. Si sente ottimista e, difatti, trova un enorme pesce spada in mare aperto. Inizia così una dura lotta tra uomo e natura, che porterà Santiago a maturare la consapevolezza della propria e dell’altrui forza.

Stando alle mie ricerche, perché non ho assolutamente la pretesa di fare un’analisi del testo mia (non ne avrei nemmeno le competenze), ho capito che sostanzialmente esistono due chiavi di lettura.

La prima è più letterale ed è anche quella che rende il romanzo adatto ad un pubblico preadolescenziale. Abbiamo un vecchio pescatore che va al largo per l’ennesima volta sperando di tornare con un ricco bottino. Ciò che trova è un pesce spada che non ha intenzione di morire, perciò se lo porta a spasso come un cagnolino nei Caraibi.

In questo senso, la parte centrale del testo risulta piuttosto noiosa, con un ritmo ripetitivo e monotono, durante il quale Santiago inizia a dare i numeri, un po’ per la disidratazione, un po’ perché si sa che gli anziani amano parlare anche da soli.

Qui certamente è dove molti lettori hanno abbandonato. Ho letto persino un commento che insinuava una sorta di interesse perverso da parte del vecchio nei confronti del ragazzo, il quale non era potuto andare a pescare con lui.

Sull’altro fronte, abbiamo la volontà di ricercare un significato nascosto dietro ad una storia tanto semplice. Fra le varie interpretazioni c’è chi vede la rappresentazione della solitudine associata alla vecchiaia ed è una questione che trapela spesso nelle parole e pensieri di Santiago, che comincia ad apprezzare la compagnia del suo stesso avversario.

O ancora, la dura lotta del vecchio con il pesce è un elogio alla perseveranza: Santiago, nonostante la sua veneranda età, ha sempre i riflessi pronti, applica le conoscenze al meglio delle sue capacità e non si arrende mai di fronte alle situazioni infauste, anche quando è evidente che ormai ne uscirà sconfitto.

Inoltre, in questo romanzo la natura è coprotagonista e guadagna tutto il nostro rispetto: il pesce spada lotta per la sua vita con grande dignità, ma viene sopraffatto a causa delle macchinazioni ingannevoli dell’uomo. Nonostante ciò, sarà la natura stessa a ripristinare l’equilibrio, costringendo il pescatore a tornare a casa con il simbolo della sua sconfitta di fronte all’indomabile mare.

Delle interpretazioni molto interessanti che mi sono piaciute, poiché rendono ancora più poetiche le vicende del libro.

Per quanto mi riguarda, ciò che personalmente ho visto nella storia è l’ironia della vita: a volte ci si affanna tanto per ottenere qualcosa di grande, che ci consenta di guadagnare la stima degli altri, spinti in larga misura dal nostro orgoglio (anche se vogliamo far credere che sia per necessità), da perdere di vista la nostra natura impotente di fronte alla vita stessa; e difatti, proprio quando iniziamo a gongolare con il nostro bottino fra le mani, arrivano gli imprevisti che lo distruggono pezzo dopo pezzo. Cosa ci rimane? Sicuramente una maggiore saggezza di fronte a questa esperienza.

Voto 4/5.

Julia

“Nessuno dovrebbe mai restar solo, da vecchio, pensò. Ma è inevitabile.” Il vecchio e il mare, E. Hemingway

Harry potter e il divorzio definitivo tra il film e il libro

Siamo giunti al quarto capitolo – il Calice di Fuoco – della famosa saga di Harry Potter. Cosa bisogna aspettarsi dalla trama? Chiaramente, altro anno e altri modi per cercare di uccidere il protagonista. Questa volta, però, Vold…Colui-che-non-deve-essere-nominato ha nuovi seguaci pronti ad aiutarlo nell’impresa.

Vi risparmio il riassunto, perché dopo oltre 20 anni, numerose ristampe, messe in onda dei film ecc. presumo che conosciate a memoria le trame (come la sottoscritta del resto).

Ricordo ancora la mia reazione quando nel finale ho visto Lucius fra i Mangiamorte:

Per chi non avesse letto i libri, sappiate che dal quarto iniziano sostanziali differenze rispetto al lungometraggio. Capisco le esigenze di trasposizione, ma diciamo che leggendo la storia molti punti diventano molto più chiari. Ecco alcuni esempi:

-All’inizio del film si vede un anziano signore dirigersi verso una vecchia reggia, lamentandosi dei soliti giovani vandali. È chiaro che si tratta di un custode, ma nel libro viene spiegato bene chi sia fin dall’inizio: infatti, quando furono rinvenuti i corpi dei Riddle, fu l’unico sospettato. La dimora dove si trova Voldemort, perciò, è quella del suo padre babbano.

(LA VOSTRA REAZIONE)

-Il torneo Tre Maghi sembra che sia stato organizzato fra Hogwarts e due collegi, rispettivamente di soli ragazzi e ragazze, perché forse aggiungere altre comparse sarebbe costato troppo! E difatti, nel libro viene descritta una popolazione studentesca mista, sia fra i Beauxbatons (francesi) sia fra quelli di Durmstrang (bulgari). Non solo, la bellezza di Fleur trova una spiegazione plausibile: sua nonna è una Veela. E che sarebbe? Direte voi furbacchioni che avete preferito guardare solo i film. Anche questo è spiegato nello stesso volume: possiamo paragonarle a delle ninfee per la bellezza, ma se provocate possono diventare letali (oltre che spaventose). La loro comparsa risale alla Coppa del Mondo di Quiddich, in quanto cheerleaders della Bulgaria.

-La questione di Barty Crouch Jr. a me non è risultata chiara fin quando non ho letto il romanzo: prima di tutto si spiega come abbia fatto a fuggire da Azkaban. Inoltre, si comprendono meglio le ragioni dietro la follia del padre, distrutto dai sensi di colpa per aver contribuito a nascondere un pazzo omicida.

-C’è la questione degli elfi domestici, volutamente cancellati nel film perché i costi della cgi sarebbero stati eccessivi.

Come ci si fa ad affezionare abbastanza a Dobby senza leggersi tutta la saga? Vi ricordate che dal secondo volume è libero grazie ad Harry? Beh adesso lavora dietro compenso ad Hogwarts, ma non è ben visto dagli altri della sua specie che considerano disonorevole tale comportamento. Sarà lui stesso ad aiutare il protagonista a superare la seconda prova e non Neville, come si vede nel film.

Vogliamo parlare di Winky? L’elfa dei Crouch che viene licenziata perché usata come un capro espiatorio che si assuma delle colpe.

-Albus Silente: nel film sembra in preda a crisi isteriche, soprattutto dopo aver tirato fuori dal Calice di Fuoco il biglietto con scritto Harry Potter, mentre nel libro mantiene il suo consueto atteggiamento serafico:

“Harry, sei stato tu a mettere il biglietto?”

“No.”

“Ah okay, tutt’appost!”

Personalmente, nonostante conosca già i film, ho trovato la trama scorrevole e piacevole. Ormai non stiamo più parlando di un romanzo per bambini, ma di una storia più adatta ai ragazzi che comunque continua a stupire per i dettagli interessanti che ha da offrire.

Nel corso degli anni mi sono tenuta volutamente all’oscuro riguardo ad approfondimenti della saga, per mantenere alto l’interesse se mai avessi deciso di iniziare a leggerla. Sì, esatto, appartengo a quella categoria di persone che difficilmente rilegge i libri già letti.

Purtroppo questo espediente non sta funzionando con il quinto capitolo, perché lo sto trovando di una noia mortale. Ma ve ne parlerò meglio in un articolo dedicato.

Voto 4/5.

Julia

“Non è importante ciò che si è esattamente, ma ciò che si diventa” Harry Potter e il Calice di Fuoco, J. K. Rowling

Harry Potter e il cattivone di Azkaban

Non so quanto tempo fa ho iniziato a parlare del maghetto più famoso del mondo e ancora non ho concluso la saga. Sembra incredibile, ma sono ferma al quinto libro, che per altro ascolto a distanza di mesi o settimane attraverso Audible, con la voce di Pannofino. Il fatto è che non mi sta prendendo e ho come l’impressione che l’autrice abbia allungato fin troppo il brodo.

Ma oggi non vi parlo dell’Ordine della Fenice, bensì del Prigioniero di Azkaban, terzo volume della saga di Harry Potter di J.K. Rowling.

Leggi anche: “Harry Potter, ne avete mai sentito parlare?

Leggi anche: “Harry il ritorno!

La vecchia edizione che ho ancora, regalata da mia madre almeno 15 anni fa!

Dunque, Harry deve affrontare il terzo anno alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, ma una minaccia incombe su di lui: è fuggito da Azkaban il famigerato assassino Sirius Black che, tanto per cambiare, vuole ucciderlo. Insomma, si allunga la lista dei nemici mortali del piccolo mago, in un’atmosfera scolastica sempre più tetra, riportata quasi fedelmente nel film omonimo di Cuaron.

Quindi, ancora non molte soprese per me che ormai li conosco a memoria e li rivedo periodicamente. È anche vero che ci sono delle sostanziali differenze, una in particolare che molti fan hanno criticato, ovvero quella di omettere completamente la storia dei Malandrini, liquidandola in qualche frase finale.

Nel film molte informazioni sono date per scontate, vuoi per necessità nella narrazione o per scelte discutibili da parte dei produttori. Una volta letti i romanzi, come sempre, ogni tassello va al suo posto. Che ruolo ha, per esempio, il Platano Picchiatore all’interno della storia? Qua si conosce l’origine di questo albero bizzarro (che a dire il vero è un salice, ma va beh…) e perché sia stato posto nel cortile della scuola.

Si spiega meglio anche la bellissima storia di amicizia dei Malandrini, autori anche della celebre mappa che utilizza Harry nel corso del terzo libro, regalatagli dai gemelli Weasley.

Un’altra questione è quella che riguarda Grattastinchi, la gatta di Hermione, che nei film quasi non si vede, se non intenta a cacciare Crosta, ma nel romanzo ha un ruolo ben più consistente, perché è la prima a capire che in realtà il gramo che vedeva Harry era proprio Sirius Black, mentre il topo non era altro che Codaliscia. Proprio per questo si sono sprecate le teorie più stravaganti dei fan: il gatto, infatti, dimostra un’intelligenza fuori dal comune, per questo motivo alcuni hanno azzardato l’ipotesi che si tratti di un’animagus.

Nonostante, quindi, conoscessi già la trama, il libro ha saputo stuzzicare la mia curiosità, attraverso un’ottima caratterizzazione di personaggi e curiosità interessanti riguardo la saga.

Voto 4/5.

Julia

“La felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce.” Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, J.K. Rowling

Kitchen – B. Yoshimoto

Una degli scrittori che ero curiosa di leggere era proprio la giapponese Banana Yoshimoto, che ormai è diventata celebre anche in Italia da svariati anni, ma solo di recente ho preso in mano un suo romanzo per addentrarmi nello stile.

Ed ecco Kitchen, che ho scoperto essere stata la sua prima pubblicazione, risalente ai primi anni Novanta. Per altro è un romanzo distribuito da Feltrinelli, nella sezione di giovani ragazzi (quando si dice “non ti sfugge niente, eh!”).

Insomma, la trama è composta da due racconti, uno dei quali occupa la quasi totalità delle pagine, narrando di Mikage, una ragazza che, dopo la morte della nonna rimane sola al mondo. L’unico posto che fa la sentire al sicuro è la cucina, non importa quale o come sia messa, ma è l’unico luogo capace di rassicurarla.

Nelle ultime quaranta pagine del libro abbiamo invece Plenilunio, una storia che la Yoshimoto ha inserito nella tesi e che ricalca una leggenda giapponese, senza discostarsi dal tema centrale dell’intero romanzo, ovvero il lutto.

Sì, perché, nonostante la copertina in stile cartoonesco, molto colorata e ricca di dettagli, la dicitura rassicurante “per ragazzi” e un titolo che ricorda molto i ricettari della zia Peppina, la trama sembra più una lunga poesia che cerca di affrontare dolcemente la perdita di chi amiamo, chiunque esso sia, dal genitore al partner.

Ed è forse proprio questa la ragione per la quale non sono riuscita a simpatizzare del tutto, o comunque non mi sono sentita particolarmente coinvolta. È come se per tutta la lettura mi sia ritrovata in un limbo, aspettando una svolta significativa da un momento all’altro, quel punto in cui la storia prende una piega interessante. Invece no. Mi è sembrato di vedere un cielo plumbeo, pieno di nuvole grigie, in attesa di una tempesta che non è mai arrivata.

Leggendo le recensioni di altri utenti, ho notato che tanti fanno riferimento al shojo manga cercando di descrivere lo stile della Yoshimoto, ovvero una categoria che si rivolge ad un pubblico prettamente femminile, esponendo solitamente (ma non in via esclusiva) delle tematiche fortemente sentimentali. Non essendo un’appassionata del genere, onestamente su questo punto non saprei cosa dire. Vero è che le descrizioni ambientali mi hanno ricordato molto gli anime strappalacrime che ho visto su Netflix, così come i dialoghi e i personaggi.

Detto ciò, torno a ribadire che non ho apprezzato l’esposizione della storia. Sembra più un romanzo non compiuto, una serie di appunti che mai vengono pienamente sviluppati, imprimendosi nella pagina come tetri ricordi. Ad un certo punto ho cominciato a spazientirmi per il ritmo monotono e non vedevo l’ora di finire. A parte la morte non accade davvero nient’altro di rilevante, per questo non comprendo nemmeno il titolo: la questione della cucina come luogo rassicurante non viene approfondita come mi sarei aspettata.

Eppure, c’erano altre questioni interessanti su cui poteva vertere l’attenzione, come Eriko e la sua transizione, oppure il carattere dello stesso Yuichi, che sembra più un fantasma dalla personalità evanescente. Per altro, la sua storia d’amore è una delle più brutte e nonsense che abbia mai letto.

Di contro, Plenilunio l’ho apprezzato di più, anche se non posso gridare al capolavoro.

Concludo dicendo che tanti si sono lamentati dei finali tronchi, che danno l’idea di una storia inconcludente, caratteristica tipica dello stile letterario giapponese. Francamente la cosa non mi disturba affatto: a parer mio, sono altri i problemi di questo romanzo.

Voto finale 2.5/5.

Julia

“Felicità è anche non accorgersi che in realtà si è soli.” Kitchen, B. Yoshimoto

Dark Dar10 – F. Caffagni

Mi è capitato di recente di recarmi presso una fiera di zona, dove oltre alla presenza di bancarelle a tema videogames e fumetti, c’erano anche stand di autori esordienti che presentavano il proprio romanzo. Per lo più si trattava di genere fantasy, al quale ancora sto cercando di avvicinarmi in punta di piedi, mentre in una in particolare ho conosciuto il giovane autore di un thriller. In questo articolo vi parlo proprio del suo libro, Dark Dar10, scritto da Federico Caffagni.

La storia è incentrata sul giovane Dario, un ragazzo costretto a trasferirsi da Padova a Trieste con la mamma, dopo la morte del padre, al quale era molto legato. Difatti, grazie a lui si appassiona al mondo dell’informatica ed è per questo che conserva gelosamente il suo pc. Un giorno, notando che esistono dei file criptati nell’hard disk del padre, comprende che in realtà c’è un segreto di cui non è a conoscenza. Inizia così la ricerca della verità, destreggiandosi tra bulli, amori, amici e…dark web!

Si tratta di un romanzo molto scorrevole, che si legge anche in una giornata. La mia paura, quando acquisto libri di esordienti, è che le case editrici non abbiano “ripulito” a sufficienza il testo, rendendo la lettura ostica e pesante. Qui, a parte qualche uso eccessivo della virgola al posto del punto (forse legato allo stile dell’autore, ma comunque ci si abitua quasi subito), non ho riscontrato delle problematiche degne di nota. Anzi, la lettura prosegue veloce pagina dopo pagina, nonostante a tratti le azioni del protagonista sia spiegate molto dettagliatamente.

Ciò che ho apprezzato tanto di questo romanzo è la spiegazione chiara e alla portata di tutti delle nozioni base che riguardano l’informatica. Se non siete molto esperti in materia, riuscireste comunque a seguire le vicende perché l’autore, con una certa arguzia, semplifica molto le spiegazioni con esempi e metafore. Inoltre, attraverso la storia di Dario, si affrontano tematiche molto importanti, soprattutto nel mondo adolescenziale. Primo fra tutti il bullismo, perpetrato da parte di ragazzi problematici (Caffagni ci tiene a precisarlo) ai danni di chi è incapace di difendersi in autonomia. La soluzione adottata nel libro per certi versi può sembrare discutibile, alla stregua di una legge del taglione, ma capisco il nobile intento.

Altra tematica importante è la questione del web: non tutto il mondo di internet è clear (per dirla come l’autore), ma esistono luoghi più oscuri e nascosti, dove si annidano traffici illeciti, insieme alle teorie del complotto più disparate. Oltre che essere illegale accedervi, è molto pericoloso, e questo viene ribadito più volte nel romanzo.

Insomma, un libro che secondo me dovrebbe essere consigliato soprattutto agli adolescenti, che spesso sottovalutano il pericolo di internet. Ma può senz’altro essere utile anche agli adulti, per imparare qualcosa di più sul mondo informatico. Per me è un 4/5 come voto.

Julia

“Adorava il padre. Gli aveva insegnato tutto quello che sapeva di informatica, lo portava alle fiere e sosteneva i suoi interessi, come i fumetti o i videogiochi. Ma, soprattutto, era l’unico che capisse qualcosa di quello che davvero gli interessava: gli altri quando Dario iniziava a parlare si perdevano quasi subito o peggio si stufavano.” Dark Dar10, F. Caffagni

Harry, il ritorno!

Dopo settimane mi accingo finalmente a scrivere una breve recensione sul secondo volume della saga fantasy più famosa del mondo: Harry Potter di J. K. Rowling.

La trama de La Camera dei Segreti è nota a tutti: Harry si trova al secondo anno di magia e stregoneria di Hogwarts, raggiunto non senza impedimenti, che gli sono costati quasi l’espulsione per colpa dell’elfo Dobby. Tuttavia, Harry e i suoi amici cominciano a notare che i compagni di scuola vengono colpiti da uno strano incantesimo, legato in qualche modo all’origine della leggendaria Camera dei Segreti. Come sempre si ritroveranno alle prese con un mistero legato alla magia oscura, per far luce su ciò che sta realmente succedendo e risolvere l’enigma che mette in pericolo tutti.

Quando ho letto il secondo capitolo, ormai avevo già visto il film non so quante volte, quindi posso dire che mi è sembrato abbastanza fedele. Devo ammettere, che avendo ormai la mia breve memoria occupata dalla trasposizione cinematografica, mi risulta difficile ricordarmi eventi essenziali nella narrativa che hanno segnato la linea di demarcazione. Forse, perché in fin dei conti non ci sono. È risaputo infatti che C. Columbus, regista dei primi due, si sia mantenuto abbastanza vicino agli eventi.

Le differenze non sono molte e inoltre, risultano un po’ insignificanti a parer mio. Per esempio, quando Ron e Harry si recano nel bosco alla ricerca di Aragog, vengono scortati di peso insieme al cane Thor e portati dal capo, trovandosi a penzoloni tenuti dalle zampe di ragni giganti. Oppure, nel libro viene spiegato meglio il ruolo di Ginny e il suo rapporto con il diario di Riddle, mentre nel film il collegamento non mi era sembrato così esplicativo. O ancora, la strategia di Harry per liberare il povero Dobby, che prevedeva sempre un calzino, ma usato come sacca per contenere il libro.

Per quanto riguarda lo stile, stiamo ancora parlando di un libro che si avvicina più al mondo fanciullesco, pur senza annoiare e lo dice una che, oramai, la storia dei primi volumi la sa a memoria. È anche vero che lo sprone per proseguire è dovuto alla curiosità di scoprire maggiori dettagli sul passato di Voldermort, Silente o altri personaggi secondari, particolari che si sono persi per strada con i lungometraggi successivi.

Insomma, una storia che a livello letterario ancora non esplode, ma comunque piace. Voto 4/5.

Julia

“Sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità.” Harry Potter e la Camera dei Segreti, J. K. Rowling

Harry Potter, ne avete mai sentito parlare?

Ebbene sì, lo confesso. Appartengo a quegli ultimi quattro gatti rimasti sulla faccia della terra che, pur apprezzando la saga del maghetto più famoso del mondo, non hanno ancora finito di leggerla. Però ho iniziato, eh!

La prima volta che ho sentito parlare di Harry Potter, frequentavo le medie e ci era stato assegnato per compito da leggere. Ho confessato alla mia prof di italiano, circa quindici anni dopo e per caso sui social, che non avevo mai assolto al mio dovere! Mia madre aveva comprato il libro che aveva ancora quell’orrenda copertina di Harry con un cappello da topo e un ratto enorme di fianco a lui, su uno sfondo giallo ittero. Nonostante sapessi già di amare la lettura, ogni volta che si presentava una storia fantasy, non venivo attirata per nulla. Preferivo leggere Calvino, rendiamoci conto! La cosa ancora più sorprendente è che mio fratello è stato il primo a leggerlo e anche con un certo entusiasmo (il periodo più prolifico per lui in termini di lettura libera).

Niente, ho dovuto attendere i miei..cof, cof.…27 anni prima di iniziare! Secondo voi mi è piaciuto? Lo dico sinceramente, prima di addentrarmi ne La Pietra Filosofale, avevo delle aspettative altissime. L’entusiasmo è andato scemando, quando mi sono resa conto che è proprio un libro per bambini. Okay, avrei dovuto saperlo, ma mi aspettavo un linguaggio più vicino ai ragazzi. Nonostante ciò, non annoia più di tanto e la narrazione scorre veloce fino alla fine. Niente colpi di scena per me che ho già visto i film 175 volte, ma ero curiosa di capire quanto fosse diversa la narrazione scritta. In effetti, a parte qualche piccola differenza di trama, la parte finale ha acquisito maggior significato: sto parlando delle prove prima di arrivare alla stanza con Raptor. Non sembrano messe a caso come nel film, ma acquisiscono un senso determinato dai professori che le hanno ideate, rispecchiando la loro stessa materia di studio. Fantastico! Peccato che non ci fossero tutte nella trasposizione, ma alla fine della fiera, il regista è stato abbastanza fedele.

Tornando allo stile del primo libro, mi sono chiesta cosa abbia scatenato tanto successo nel pubblico. Sapevate che il manoscritto era stato rifiutato da ben 14 case editrici? Da non credere, vero? A mio parere, la Rowling è stata un genio nel rivoluzionare il mondo della magia, come se fosse un universo reale vicino al nostro, un po’ come nelle storie medioevali. La differenza è che qui ha ricreato la stessa interdipendenza ai giorni nostri. La concezione del mago e della strega è stata stravolta: prima di tutto non ci immaginiamo più vecchi barbuti e saggi (Silente a parte, che conserva il fascino del buon Merlino), spesso antagonisti di ciabatte rinsecchite e crudeli, dedite a magie oscure, ma persone neutrali: entrambi possono essere sia buoni, che cattivi. Tutte le stranezze che ha costruito intorno a queste figure, per dare un senso a questa nuova natura, è semplicemente fantastico. Adesso mi rivolgo agli altri 3 gatti di cui parlavo all’inizio: vi consiglio di leggerlo!

Voto 4.5/5.

Julia Volta

“Le prime vittime sono sempre gli innocenti.” Harry Potter e la Pietra Filosofale, J K Rowling