L’Inverno dei Leoni – S. Auci

Dopo più di un anno, giusto per iniziare il 2023 col “botto”, ho deciso di riprendere in mano la saga dei Florio, per terminare la loro storia e scoprire in qualche modo come sia stato possibile perdere tanti soldi e tanto prestigio.

Dunque, già gli ultimi giorni di dicembre avevo iniziato L’Inverno dei Leoni di Stefania Auci, senza avere grandissime aspettative, anche se leggendo le recensioni per molti questo secondo volume è stato meglio del precedente.

Insomma, dopo interminabili settimane, finalmente l’ho concluso.

La storia si divide grosso modo in due blocchi: il primo si concentra sull’ulteriore ascesa dell’impero dei Florio, che questa volta ha come protagonista il giovane Ignazio, un uomo pacato, rispettoso, riservato, ma anche molto tormentato da un amore che non ha mai potuto vivere, perché costretto, in un certo senso, a sposare Giovanna per le sue nobili origini.

Nella seconda parte, che è quella più consistente, si assiste al loro lento declino economico, guidato dalla presunzione dell’erede Ignaziddu, che è stanco di mettere gli interessi della famiglia al primo posto: lui vuole sentirsi libero e godersi i piaceri della vita, perché stare ore dietro ad una scrivania lo deprime.

Ciò lo porta a sposare la bellissima Franca, che inizialmente si mostra come una ragazza piuttosto ingenua, ma nel corso del tempo diventa molto astuta e intelligente. Non a caso, era una delle donne più influenti del suo tempo…

Mi ricordo che andando a rileggere la mia recensione sul primo volume, ero stata molto aspra nelle critiche, perché a parer mio c’erano troppe cose che non funzionavano nella narrazione.

Il problema è che anche volendo indorare la pillola, questa volta la conclusione non è molto diversa: se nel precedente libro non era chiaro come i Florio si fossero arricchiti, questa volta non viene ben spiegato perché siano calati così a picco, dando delle spiegazioni fin troppo frettolose e approssimative.

E proprio da qui parto col dire che ancora una volta la narrazione non mi ha convinta più di tanto: piatta, noiosa, prolissa, soporifera e persino ripetitiva, soprattutto per quanto riguarda i drammi amorosi, ai quali la Auci dedica gran parte dello spazio. In mezzo a questi episodi veniva inserita qualche riflessione ad effetto, tipo Baci Perugina, e lì pensavo “Finalmente una svolta nei personaggi o negli eventi!”. E invece, no! Sempre uguali, sempre gli stessi errori, pensieri, comportamenti.

Li hai conosciuti a 20 anni e saranno così anche a 50. Nessuna evoluzione o maturazione, il che mi sembra un po’ surreale sinceramente.

Un altro aspetto da puntualizzare sono le traduzioni: molti dialoghi sono in dialetto, come se tutti capissero il siciliano. Lo dico più per puntiglio, che per difficoltà personale; devo ringraziare le mie origini e quelle di mio marito (guarda caso è proprio palermitano) se comunque ho afferrato cosa volevano comunicare.

Infine, contesto storico inserito malissimo come nel primo volume, anche se ho avuto l’impressione che abbia provato a fare di meglio ed è l’unico motivo per cui do un voto in più; difatti, gli approfondimenti dei materiali erano molto interessanti, ma nulla più.

Due paginette per riassumere anni ricchi di eventi storici, che poi non influiscono neanche tanto sulla vita dei Florio, troppo presi dai loro problemi amorosi. E quando ne erano influenzati, la narrazione mi è sembrata fin troppo banale e ridicola, persino per quanto riguarda periodi storici più recenti, come le Guerre Mondiali.

In conclusione, a parer mio, un’occasione sprecata…

Voto 3/5.

[…] quei due si erano sposati senza aver mai fatto esercizio di pazienza, senza rendersi conto di cosa fosse lo spirito di sacrificio. Avevano creduto che ‘per sempre’ significasse viaggiare tutta la vita lungo un fiume ampio e placido. E invece voleva dire schivare le rocce, evitare i gorghi e i mulinelli, cercare di non finire mai in secca. Ci si riusciva solo se si remava entrambi nella stessa direzione, se si guardava il medesimo orizzonte.” L’Inverno dei Leoni, S. Auci

Harry Potter e i Doni della Morte – J. K. Rowling

Per molte persone, fra cui me, il periodo autunnale/invernale può voler dire solo tre cose:

  • Copertina da divano;
  • Bevanda calda;
  • HARRY POTTER!

Anche se quest’anno il clima non sta facendo molto la sua parte: le piante sono ancora prevalentemente verdi, si sente aria di primavera e c’è gente che sta andando al mare.

Insomma, fatico a credere che tra meno di due mesi sarà già Natale.

Comunque, tralasciando il problema del cambiamento climatico, che meriterebbe lo spazio e le sedi opportune, torniamo al punto Harry Potter, perché finalmente dopo innumerevoli mesi ho finito di leggere la saga.

**Avverto che ci saranno delle anticipazioni sul finale da qui in poi**

Dunque, con i Doni della Morte siamo al settimo anno di scuola e la situazione del mondo magico è piuttosto critica: Lord Voldemort diventa sempre più potente, fa strage di Babbani e di Nati Babbani, raccogliendo anche un esercito costituito da creature poco raccomandabili, come i licantropi.

Harry e i suoi amici ce la mettono tutta per sconfiggerlo, principalmente andando alla ricerca degli Horcrux, ma la morte di Silente ha lasciato più domande che risposte e le piste da seguire sembrano piuttosto confuse.

È inutile dirvi che la storia narrata dal libro per certi versi è molto diversa da quella del film, anche se alcuni episodi sono stati riportati quasi fedelmente. Il problema è che se si guardano solo i lungometraggi restano in sospeso tante domande, fino a rendere alcuni avvenimenti del tutto incomprensibili: come hanno fatto a trovare Harry e i suoi amici nel bosco? Perché Aberforth ce l’aveva tanto con il fratello? Da dove arriva la Pietra della Risurrezione nascosta nel boccino? Chi sarebbe questo R.A.B che ha sostituito il Medaglione di Serpeverde? Ecc.

Uno degli aspetti che mi sono piaciuti di più è la profondità del personaggio di Silente. Sì esatto, Silente, non Piton come ritengono in moltissimi.

Questo perché se fino ad ora abbiamo visto il classico vecchio saggio stile Mago Merlino, qui scopriamo un passato travagliato e delle debolezze umane che lo rendono molto più realistico e interessante. Ci rendiamo conto anche che dietro a quel sorriso serafico nascondeva dei lati oscuri, fino ad apparire un vero e proprio calcolatore nei ricordi di Piton.

E a proposito di quest’ultimo, ho letto spesso commenti che elogiavano la sua caratterizzazione per lo stesso discorso del Preside. Personalmente, ho avuto l’impressione che il cambio di personalità sul finale fosse una sorta di forzatura di trama, il tentativo di inserire un ulteriore colpo di scena e attribuire anche a lui una parte buona. Certo, capisco che il senso sia: la gente non nasce cattiva di suo, ma lo diventa, però Piton era proprio una persona sgradevole, che se la prendeva con chi era più debole come Neville, per sentirsi meglio con se stesso.

Di contro, l’evoluzione di altri è anch’essa degna di nota, come lo stesso Neville che si rivela sempre più coraggioso, andando a ripercorrere le orme incompiute dei genitori, oppure Percy che finalmente si sveglia dalla sua idiozia.

Comunque, anche se ormai i film li so a memoria, la lettura della saga non mi ha annoiata affatto e mi è proprio dispiaciuto finirla.

Inoltre, secondo me quest’ultimo volume è il migliore in assoluto: tralasciando il fatto che lo stile di scrittura mi piace perché scorrevole, penso che concluda degnamente una storia fantasy che ha fatto sognare grandi e piccini.

Prima di leggerlo avevo sentito da parte di molti criticare la fine di Lord Voldemort descritta nel libro in contrapposizione all’epicità del film; onestamente, mi è piaciuta di più la versione della Rowling, perché mi è sembrata più poetica e carica di significato. Il problema di questo mago malvagio, infatti, è sempre stata la sua arroganza, che l’ha spinto a sottovalutare i nemici scavandosi la fossa da solo. E difatti, ad ucciderlo è stata proprio la sua maledizione rimbalzata al mittente.

Forse sarà una di quelle rare volte in cui potrò decidere di riprendere in mano la saga in futuro, per fiondarmi di nuovo in questo mondo magico.

E per inciso, per me la storia finisce comunque qua, senza contare la Maledizione dell’Erede e l’orrido Animali Fantastici che sta deludendo così tanto al cinema, da mettere in dubbio il prosieguo delle riprese. Non che la cosa mi dispiaccia, sinceramente.

Voto 5/5.

“Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore.” Harry Potter e i Doni della Morte, J. K. Rowling

La Mennulara – S. A. Hornby

Ci sono periodi come questo in cui purtroppo c’è poco spazio per la lettura, ma questa mattina mi sono voluta ritagliare una mezz’ora per parlavi di un libro che ho finito di recente.

Dunque, l’autrice Simonetta Agnello Hornby è conosciuta da anni, ma solo nell’ultimo biennio continuo a veder parlare di lei nei gruppi lei lettori, soprattutto in relazione agli ultimi romanzi: Punto Pieno e Piano Nobile.

Così, come tante altre volte, mi sono incuriosita e ho deciso di scoprire la sua penna artistica scegliendo, per puro caso lo ammetto, il romanzo d’esordio che l’ha resa famosa e ha inaugurato una prolifica carriera letteraria.

La Mennulara, che ad oggi si presenta anche con la consueta copertina dove una fanciulla di spalle è mezza coperta da drappi di dubbio gusto, è stato pubblicato per la prima volta nel 2002, per poi essere riveduto e arricchito nel 2019 attraverso una Graphic Novel di Massimo Fenati.

La storia è ambientata a Roccacolomba, un paesello inventato che si troverebbe in provincia di Palermo. Le vicende iniziano nel 23 settembre del 1963, quando la domestica di casa Alfallipe Maria Rosaria Inzerillo, detta Mennulara, muore prematuramente.

Non sarebbe poi una vicenda così straordinaria, se non fosse che nella famiglia altolocata dove aveva prestato servizio, era diventata una vera e propria amministratrice del patrimonio, facendolo fruttare a tal punto da riuscire a comprare una casa per sé stessa e pagare gli stipendi dei tre eredi ignoranti e incapaci.

Ora che è morta, però, sono iniziate speculazioni e pettegolezzi di ogni genere: come ha fatto a diventare così ricca? Avrà lasciato un’eredità ai membri della famiglia Alfallipe? Ha davvero rubato il loro denaro? Era coinvolta nelle attività della mafia locale?

Nel paese le voci iniziano a circolare, le persone non perdono neanche un dettaglio della vicenda e chi sa qualcosa inizia a fare il giro di conoscenze per aggiornare sugli ultimi pettegolezzi.

Man mano che si prosegue nella lettura si scopre un pezzo alla volta chi era questa donna, le sue origini, la sua vita e come è finita a lavorare per gli Alfallipe, ai quali ha dedicato praticamente tutta la sua esistenza, sacrificando la giovinezza.

Dunque, veniamo alle mie considerazioni personali.

Per prima cosa, senza troppi giri di parole, non sopporto lo stile di scrittura di questa autrice! Il racconto è suddiviso in numerosi capitoli, con un irritante riassunto iniziale che anticipa ciò che succede, togliendo anche ogni entusiasmo per eventuali colpi di scena.

Mi domando quale sia il senso di inserire quelle due righe di spiegazione come se fossimo alle scuole elementari: spezzano il ritmo e sono del tutto inutili. Ad un certo punto le ho ignorate deliberatamente.

Un altro aspetto che non ho apprezzato è la presenza di numerosi personaggi, molti dei quali sono inutili quanto i riassunti di prima: servono solo a creare confusione e ad alimentare l’idea che ci siano tante persone a spettegolare sulla vicenda.

Senza contare che è difficile ricordarseli tutti, anche perché hanno la stessa personalità: sono piatti, non hanno carattere e appaiono come una serie maschere che appiattiscono il racconto.

L’unica che spicca è la Mennulara (e menomale).

Per quanto riguarda la storia, sono costretta a fare delle anticipazioni per esprimere la mia opinione.

La sensazione che mi ha lasciato è una profonda tristezza nei confronti di questa donna che ha vissuto una vita infelice e nell’ombra, nonostante abbia lottato con le unghie e con i denti per mantenere salda la sua dignità.

Non solo subisce una violenza sessuale praticamente da bambina, ma per salvare il suo onore (come se fosse stata colpa sua), viene spedita a lavorare a casa degli Alfallipe. Qui diventa la concubina del giovane erede Orazio, che seguirà anche dopo che si sarà sposato.

La storia d’amore dei due è travagliata e può essere vissuta solo di nascosto: nessuno avrebbe mai accettato un matrimonio tra una serva orfana e un ragazzo nobile. Lei per lui ci sarà sempre, anche alla morte, aiutandolo in prima persona a porre fine alle sue sofferenze.

Il culmine della tristezza, se vogliamo, è che solo una volta passati a miglior vita hanno potuto esprimere il sentimento reciproco senza vergogna, attraverso l’evento artistico annuale “La Mennulara“.

Un altro aspetto che emerge da queste vicende è che purtroppo, molto più spesso di quanto si pensi, i meriti e i privilegi vengono dati per titoli che si hanno già alla nascita, non certo per capacità personali. Se da povero diventi ricco, si inizia a dubitare sulle modalità di successo.

Una visione cinica e rassegnata, arricchita anche da luoghi comuni, che oggi non vale più così tanto.

Voto 2/5.

Julia

PS: ma Aldo Busi che libro ha letto per definirlo “divertimento maestoso”?!

Harry Potter e il Principe Mezzosangue – J. K. Rowling

Finalmente, dopo mesi, ho proseguito con la lettura della saga fantasy più famosa del mondo, in linea con i buoni propositi di cui parlavo in un articolo precedente.

Questa volta, però, ho evitato di usare Audible e mi sono interamente fiondata sulla lettura, trovandola difatti molto più coinvolgente.

E niente, forse Audible non fa proprio per me: mi distraggo facilmente e dopo un po’ mi viene mal di testa.

Comunque, parto subito col dire che chi ha visto solo i film, praticamente si è perso fette importantissime della storia: in questo capitolo, come si suol dire, “i nodi vengono al pettine”, o perlomeno, ci provano.

La trama del lungometraggio è la seguente: Harry inizia il sesto anno e cerca di diventare il cocco di Lumacorno, con lo scopo di ottenere un ricordo fondamentale per sconfiggere Voldemort. Nel frattempo, Ron vince per miracolo una partita di Quidditch e pomicia con Lavanda, che fino a quel momento manco si sapeva chi fosse. Hermione se la prende con lui per questo. Ginny è un po’ una gatta morta. Per darle giusto un pizzico di carattere la fanno urlare prima di un allenamento per zittire la gente ed entrare nella stanza delle necessità insieme ad Harry, al fine di nascondere il libro di Pozioni.

Quando ho letto il libro sono rimasta basita dai cambiamenti, che in alcuni casi hanno proprio snaturato dei personaggi e fatto perdere il senso degli eventi.

Prima di tutto, si spiegano per filo e per segno le origini di Voldemort, perché ha scelto proprio quegli Horcrux e da dove deriva tutto questo odio per chi non è un purosangue.

Dall’altra parte, abbiamo anche la scoperta del nome del Principe Mezzosangue che sappiamo essere stato inventato da un giovane Piton, ma perché proprio queste parole? Anche se non si entra troppo nei dettagli, viene comunque fornita qualche informazione interessante.

Per quanto riguarda i personaggi, mi dispiace tantissimo che quello di Ginny abbia subito un taglio così netto e brutale. È una ragazza astuta, diretta e intelligente, ma nel film non si vede niente di tutto questo.

Chiaramente non è l’unica, ma è quella che mi ha colpito di più. Perché ci sarebbero anche Tonks e Lupin che nei film ricompaiono più avanti, ma qui abbiamo l’esordio della loro storia d’amore.

Ho anche notato che nei film hanno reso più comici alcuni episodi: per esempio, il funerale di Aragog con un Harry esaltato che imita il verso delle acromantule, oppure i goffi tentativi di seduzione di McLaggen ad una cena del Lumaclub, o ancora, lo sguardo da psicopatica di Lavanda dopo esser stata lasciata.

Devo ammettere, però, che il sesto libro mi è piaciuto più dell’Ordine della Fenice; difatti, non mi sono mai annoiata e la lettura scorreva veloce, facendomi ritrovare a sfogliare le pagine anche a notte fonda.

Nel precedente, invece, avevo come l’impressione che la Rowling stesse allungando il brodo inserendo una ripetizione infinita delle attività scolastiche di Harry e i suoi amici.

Consigliato? Ovviamente sì!

Voto 5/5.

Julia

“La grandezza ispira l’invidia, l’invidia genera rancore, il rancore produce menzogne.” Harry Potter e il Principe Mezzosangue, J. K. Rowling

La casa degli specchi – C. Caboni

È ormai un mese che non scrivo una recensione: l’ultima volta eravamo nel pieno delle piogge, degne di Londra, ma adesso l’estate ha cominciato a fare sul serio.

In pratica da marzo siamo passati direttamente a luglio. Mi domando ad agosto quanti di noi sopravvivranno al caldo torrido…

Comunque, l’importante è mettere in pratica i soliti consigli del tg5: non uscire quando fa caldo, bere tanto e rinfrescarsi spesso.

Insomma, con questo clima da Vamos a la playa, ho voluto leggere un romanzo leggero, il classico da ombrellone, che fra l’altro è ambientato a Positano, sulla bellissima Costiera Amalfitana.

Sto parlando de La Casa degli Specchi di Cristina Caboni, un best seller che ha avuto un discreto successo nel nostro Paese.

Ah, piccolo consiglio: se cercate letture leggere, vi basta guardare la copertina. Se c’è una tizia di spalle con abiti d’altri tempi, significa che la storia prevede una buona dose di amore, zucchero e tante belle cccouse.

Comunque, la trama è questa: Milena è cresciuta a Positano insieme al nonno Michele, un famoso orefice, nella Villa degli Specchi. Sua mamma purtroppo è morta quando era solo una bambina, suo padre abita a Roma insieme a Teresa e la nonna è scomparsa da tanti anni senza lasciare traccia.

Un giorno, durante dei lavori, viene rinvenuto uno scheletro nel pozzo del giardino, il quale indossava un orologio d’oro evidentemente prodotto dal nonno. Lui dal canto suo inizia a perdere lucidità e pare che la questione della nonna scomparsa nasconda molto di più di quanto sembri.

Nel corso della storia Milena cercherà di scoprire la verità, a maggior ragione dopo che trova nella casa un passaggio nascosto che dà verso una stanza carica di ricordi.

Dunque, devo dire che lo stile di scrittura l’ho trovato piacevole: è leggero, scorrevole e coinvolgente. I luoghi sono descritti così bene che sembra di trovarsi lì in mezzo a quel paradiso.

Anche i flashback secondo me sono stati raccontati in maniera eccelsa, mischiando elementi della storia inventati, ad aneddoti reali riguardo a personaggi famosi.

Ciò che mi ha fatto storcere un po’ il naso è l’aspetto sentimentale delle vicende: la parte della nonna mi è sembrata più coinvolgente rispetto a quella di Milena. Peraltro, la sua confusione sul da farsi ha reso insipido ogni rapporto amoroso instaurato.

Senza contare che non mi pare appropriata la confidenza che si prende un maresciallo nel corso delle indagini, come se fra i due ci fosse un rapporto confidenziale già prima del ritrovamento del cadavere.

Il finale mi è sembrato un po’ surreale e fin troppo ottimista, ma non dico altro per non fare spoiler.

Voto 3/5.

“Quando si è incapaci di far fronte a qualcosa, la si ignora. Si finge che non sia successo davvero. Si può affrontare la sofferenza in tanti modi. Espiando. Dimenticando. Io ho fatto entrambe le cose.” La casa degli specchi, C. Caboni

Harry Potter e l’Ordine della Fenice – J. K. Rowling

Finalmente posso recensire il quinto volume della saga di Harry Potter, ovvero L’Ordine della Fenice, considerando che è il libro che mi sono trascinata dietro per più tempo in assoluto!

Questo perché l’ho iniziato su Audible, volendo provare il servizio e optando per una lettura già decantata ed apprezzata: infatti, la narrazione ha la voce di Pannofino, che è come farsi raccontare la storia da Hagrid in persona!

All’inizio lo ascoltavo sporadicamente mentre cucinavo o rassettavo casa (cosa che non sopporto fare), poi ha cominciato a tenermi compagnia nei miei viaggi per raggiungere la famiglia (oltre 200km), mentre mio marito russava al lato passeggero.

Da qui sorse un enorme problema: siccome passavano anche settimane da una sessione all’altra e nel frattempo mi cimentavo in altre letture, alcuni pezzi cominciavo a dimenticarmeli. Ecco che la storia ha iniziato a sembrarmi noiosa, ripetitiva, tirata troppo per le lunghe e monotona…

Così, ad abbonamento Audible scaduto, l’ho messo da parte per riprenderlo giorni fa, peraltro senza ricordarmi a che punto fossi arrivata e difatti, mentre scorrevo le pagine alcune parti mi sembravano familiari.

Sarà perché erano le ultime 200/250 pagine, sarà perché lo stavo leggendo io direttamente, ma mi è sembrato un po’ più avvincente.

Come tutti sappiamo, nel quinto libro c’è la morte di un personaggio molto importante, che nei film si vede poco e niente, mentre qui è parecchio presente nella vita di Harry, rendendo ancora più drammatica la sofferenza di questo ragazzo che aveva appena iniziato a riprendersi dopo aver assistito alla morte di Cèdric.

Inoltre, mi ha colpita la parte che riguarda l’Ufficio Misteri del Ministero della Magia, molto più inquietante rispetto al lungometraggio, che ha ridotto il tutto ad uno scontro durato pochi minuti e in due stanze (più o meno). Penso che se avessero inserito le stesse scene del libro, si sarebbe trasformato in un mezzo horror, fra cervelli vivi, il Mangiamorte con la testa da neonato e l’immagine dell’arco con il drappo che si muove “a cavoli suoi”, mentre si sente bisbigliare.

Altro discorso è la Umbridge che conosciamo tutti con il volto di Imelda Stauton, sempre in rosa confetto, mentre nel libro ha l’aspetto orrido di una rana, indossa abiti di tweed verdi e non ha il collo. Non so per quale motivo, ma leggendo mi sono immaginata una signora grassa e bassa con la faccia di Jabba di Guerre Stellari!

Ultima considerazione, ci sono rimasta male per come la povera Luna venga trattata con sufficienza dai protagonisti, colpevole di avere la testa immersa in un mondo a parte. Voglio dire, passa per Harry che poteva dirsi influenzato da Voldemort, ma gli altri? Che antipatici!

Per tutte le altre differenze con il film, non vi resta che leggere l’Ordine della Fenice!

Tutto sommato, questo volume mi è piaciuto meno degli altri. C’è stato un momento in cui ho avuto l’impressione che la Rowling la stesse tirando un po’ troppo per le lunghe, descrivendo ogni minimo dettaglio della vita scolastica di Harry, senza che accadesse qualcosa di veramente interessante per decine di pagine.

Voto 3/5.

Julia

“Tu non sei una persona cattiva Harry. Sei una persona buonissima, a cui sono capitate cose cattive. E poi il mondo non si divide in persone buone e Mangiamorte. Tutti abbiamo sia luce che oscurità dentro di noi. Ciò che conta è da che parte scegliamo di agire. È questo quello che siamo.” Harry potter e l’Ordine della Fenice, J. K. Rowling

Harry potter e il divorzio definitivo tra il film e il libro

Siamo giunti al quarto capitolo – il Calice di Fuoco – della famosa saga di Harry Potter. Cosa bisogna aspettarsi dalla trama? Chiaramente, altro anno e altri modi per cercare di uccidere il protagonista. Questa volta, però, Vold…Colui-che-non-deve-essere-nominato ha nuovi seguaci pronti ad aiutarlo nell’impresa.

Vi risparmio il riassunto, perché dopo oltre 20 anni, numerose ristampe, messe in onda dei film ecc. presumo che conosciate a memoria le trame (come la sottoscritta del resto).

Ricordo ancora la mia reazione quando nel finale ho visto Lucius fra i Mangiamorte:

Per chi non avesse letto i libri, sappiate che dal quarto iniziano sostanziali differenze rispetto al lungometraggio. Capisco le esigenze di trasposizione, ma diciamo che leggendo la storia molti punti diventano molto più chiari. Ecco alcuni esempi:

-All’inizio del film si vede un anziano signore dirigersi verso una vecchia reggia, lamentandosi dei soliti giovani vandali. È chiaro che si tratta di un custode, ma nel libro viene spiegato bene chi sia fin dall’inizio: infatti, quando furono rinvenuti i corpi dei Riddle, fu l’unico sospettato. La dimora dove si trova Voldemort, perciò, è quella del suo padre babbano.

(LA VOSTRA REAZIONE)

-Il torneo Tre Maghi sembra che sia stato organizzato fra Hogwarts e due collegi, rispettivamente di soli ragazzi e ragazze, perché forse aggiungere altre comparse sarebbe costato troppo! E difatti, nel libro viene descritta una popolazione studentesca mista, sia fra i Beauxbatons (francesi) sia fra quelli di Durmstrang (bulgari). Non solo, la bellezza di Fleur trova una spiegazione plausibile: sua nonna è una Veela. E che sarebbe? Direte voi furbacchioni che avete preferito guardare solo i film. Anche questo è spiegato nello stesso volume: possiamo paragonarle a delle ninfee per la bellezza, ma se provocate possono diventare letali (oltre che spaventose). La loro comparsa risale alla Coppa del Mondo di Quiddich, in quanto cheerleaders della Bulgaria.

-La questione di Barty Crouch Jr. a me non è risultata chiara fin quando non ho letto il romanzo: prima di tutto si spiega come abbia fatto a fuggire da Azkaban. Inoltre, si comprendono meglio le ragioni dietro la follia del padre, distrutto dai sensi di colpa per aver contribuito a nascondere un pazzo omicida.

-C’è la questione degli elfi domestici, volutamente cancellati nel film perché i costi della cgi sarebbero stati eccessivi.

Come ci si fa ad affezionare abbastanza a Dobby senza leggersi tutta la saga? Vi ricordate che dal secondo volume è libero grazie ad Harry? Beh adesso lavora dietro compenso ad Hogwarts, ma non è ben visto dagli altri della sua specie che considerano disonorevole tale comportamento. Sarà lui stesso ad aiutare il protagonista a superare la seconda prova e non Neville, come si vede nel film.

Vogliamo parlare di Winky? L’elfa dei Crouch che viene licenziata perché usata come un capro espiatorio che si assuma delle colpe.

-Albus Silente: nel film sembra in preda a crisi isteriche, soprattutto dopo aver tirato fuori dal Calice di Fuoco il biglietto con scritto Harry Potter, mentre nel libro mantiene il suo consueto atteggiamento serafico:

“Harry, sei stato tu a mettere il biglietto?”

“No.”

“Ah okay, tutt’appost!”

Personalmente, nonostante conosca già i film, ho trovato la trama scorrevole e piacevole. Ormai non stiamo più parlando di un romanzo per bambini, ma di una storia più adatta ai ragazzi che comunque continua a stupire per i dettagli interessanti che ha da offrire.

Nel corso degli anni mi sono tenuta volutamente all’oscuro riguardo ad approfondimenti della saga, per mantenere alto l’interesse se mai avessi deciso di iniziare a leggerla. Sì, esatto, appartengo a quella categoria di persone che difficilmente rilegge i libri già letti.

Purtroppo questo espediente non sta funzionando con il quinto capitolo, perché lo sto trovando di una noia mortale. Ma ve ne parlerò meglio in un articolo dedicato.

Voto 4/5.

Julia

“Non è importante ciò che si è esattamente, ma ciò che si diventa” Harry Potter e il Calice di Fuoco, J. K. Rowling

Tormentone: I Leoni di Sicilia

Con questo articolo vorrei inaugurare una nuova rubrica dedicata a quei libri che non si accontentano di essere dei semplici best seller, ma diventano dei veri e propri tormentoni, comparendo ovunque, sotto forma di migliaia di post dedicati o messaggi subliminali.

Uno di questi è I Leoni di Sicilia di Stefania Auci che, nonostante sia uscito nel 2019, a metà 2020 ancora si poteva vantare di trovarsi ai primi posti in classifica.

Quando la gente ha cominciato ad illudersi che il tormento fosse concluso, ecco che compare il secondo volume L’Inverno dei Leoni che fa ritornare la saga in auge. Ed è stato proprio in quel momento che ho deciso di leggerlo, chiedendomi: ma sarà veramente così bello come dicono?

Dunque, il materiale su cui bisognava lavorare era molto: stiamo parlando di una delle famiglie più influenti e ricche del panorama palermitano del XIX secolo, ovvero i Florio. Da un’attenta analisi della documentazione a disposizione si sarebbero potute prendere due strade:

-Una saga ricca di eventi storici ben documentati che si concatenano alle vicende della famiglia Florio, per spiegare in maniera romanzata come questa dalle umili origini abbia raggiunto tanto successo.

-Troppa roba! Scherziamo? Cerco su Wikipedia per inserire giusto qualche cenno storico a inizio capitolo, poi mi concentro sulle storie d’amore trasformandole in un penoso Harmony!

Secondo voi quale sarà stata la scelta?

È inutile girarci attorno: non mi è piaciuto per niente e non saprei neanche da che parte iniziare per spiegarne le ragioni! Prima di tutto lo stile l’ho trovato fastidioso: all’inizio la narrazione si alterna senza motivo fra tempo passato e presente; successivamente mantiene una certa coerenza, ma i periodi appaiono frammentati peggio che nei thriller, senza che ci si senta mai pienamente coinvolti.

Per quanto riguarda i personaggi, a me sono sembrati sempre uguali: non evolvono, non c’è maturazione, non c’è una sorta di cambiamento legato agli eventi o formazione. Nulla. Alcuni addirittura si assomigliano, come gli uomini della famiglia Florio. Altri spariscono nel dimenticatoio, attraverso espedienti raffazzonati per liquidare la loro assenza, come Vittoria o le figlie di Vincenzo.

Gli eventi storici sono appena accennati e quando se ne parla sembra di leggere un riassunto tratto alla meglio da Wikipedia, incastrato a forza nella storia della famiglia, senza che si riesca realmente a comprendere il filo logico degli eventi. Stesso discorso per quanto riguarda l’ascesa di questa famiglia: dall’oggi al domani sono pieni di soldi e tu ancora ti stai chiedendo il percorso che hanno intrapreso per arrivare a tale prestigio.

A parer mio c’era davvero tanto materiale interessante su cui lavorare, ma lo sviluppo è stato deludente sotto tutti i punti di vista. Sarà che sono reduce dalla maestria di Manfredi per ciò che riguarda il romanzo storico, oppure ho in mente la famiglia dei Malavoglia di Verga. O ancora, mi è rimasta nel cuore la poesia deleddiana espressa in Canne al Vento.

In questo caso non raggiungiamo nemmeno la sufficienza.

Non comprendo neanche perché il riassunto della copertina presenti Giuseppina e Giulia come due grandi donne, segno che chi l’ha scritto probabilmente non l’ha neanche letto tutto il romanzo.

Giuseppina è uno dei personaggi più antipatici, nonché fuori contesto: a quei tempi era consuetudine sposarsi per matrimoni combinati, perciò non si capisce il suo disappunto come se fosse stata l’unica a sopportare una tale sorte. Tant’è che quando il figlio cresce è lei stessa a cercare una sposa degna per lui. A proposito di istinto materno, anche qui si denota un rapporto morboso che la porta a consumarsi di gelosia, oltre che per il rancore.

Giulia, invece, decide di gettare via la propria dignità per stare dietro ad un gran narcisista, disposta ad annullarsi come persona pur di non perderlo.

In entrambi i casi non mi pare che si stia parlando di donne eccezionali.

E mi fermo qui perché avrei altro da aggiungere, ma non vorrei trattenervi fino a Capodanno.

Voto 2/5. Uniche note di merito: l’italiano e l’ultima pagina. Davvero.

Buone feste!

Julia

Harry Potter e il cattivone di Azkaban

Non so quanto tempo fa ho iniziato a parlare del maghetto più famoso del mondo e ancora non ho concluso la saga. Sembra incredibile, ma sono ferma al quinto libro, che per altro ascolto a distanza di mesi o settimane attraverso Audible, con la voce di Pannofino. Il fatto è che non mi sta prendendo e ho come l’impressione che l’autrice abbia allungato fin troppo il brodo.

Ma oggi non vi parlo dell’Ordine della Fenice, bensì del Prigioniero di Azkaban, terzo volume della saga di Harry Potter di J.K. Rowling.

Leggi anche: “Harry Potter, ne avete mai sentito parlare?

Leggi anche: “Harry il ritorno!

La vecchia edizione che ho ancora, regalata da mia madre almeno 15 anni fa!

Dunque, Harry deve affrontare il terzo anno alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, ma una minaccia incombe su di lui: è fuggito da Azkaban il famigerato assassino Sirius Black che, tanto per cambiare, vuole ucciderlo. Insomma, si allunga la lista dei nemici mortali del piccolo mago, in un’atmosfera scolastica sempre più tetra, riportata quasi fedelmente nel film omonimo di Cuaron.

Quindi, ancora non molte soprese per me che ormai li conosco a memoria e li rivedo periodicamente. È anche vero che ci sono delle sostanziali differenze, una in particolare che molti fan hanno criticato, ovvero quella di omettere completamente la storia dei Malandrini, liquidandola in qualche frase finale.

Nel film molte informazioni sono date per scontate, vuoi per necessità nella narrazione o per scelte discutibili da parte dei produttori. Una volta letti i romanzi, come sempre, ogni tassello va al suo posto. Che ruolo ha, per esempio, il Platano Picchiatore all’interno della storia? Qua si conosce l’origine di questo albero bizzarro (che a dire il vero è un salice, ma va beh…) e perché sia stato posto nel cortile della scuola.

Si spiega meglio anche la bellissima storia di amicizia dei Malandrini, autori anche della celebre mappa che utilizza Harry nel corso del terzo libro, regalatagli dai gemelli Weasley.

Un’altra questione è quella che riguarda Grattastinchi, la gatta di Hermione, che nei film quasi non si vede, se non intenta a cacciare Crosta, ma nel romanzo ha un ruolo ben più consistente, perché è la prima a capire che in realtà il gramo che vedeva Harry era proprio Sirius Black, mentre il topo non era altro che Codaliscia. Proprio per questo si sono sprecate le teorie più stravaganti dei fan: il gatto, infatti, dimostra un’intelligenza fuori dal comune, per questo motivo alcuni hanno azzardato l’ipotesi che si tratti di un’animagus.

Nonostante, quindi, conoscessi già la trama, il libro ha saputo stuzzicare la mia curiosità, attraverso un’ottima caratterizzazione di personaggi e curiosità interessanti riguardo la saga.

Voto 4/5.

Julia

“La felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce.” Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, J.K. Rowling

Kitchen – B. Yoshimoto

Una degli scrittori che ero curiosa di leggere era proprio la giapponese Banana Yoshimoto, che ormai è diventata celebre anche in Italia da svariati anni, ma solo di recente ho preso in mano un suo romanzo per addentrarmi nello stile.

Ed ecco Kitchen, che ho scoperto essere stata la sua prima pubblicazione, risalente ai primi anni Novanta. Per altro è un romanzo distribuito da Feltrinelli, nella sezione di giovani ragazzi (quando si dice “non ti sfugge niente, eh!”).

Insomma, la trama è composta da due racconti, uno dei quali occupa la quasi totalità delle pagine, narrando di Mikage, una ragazza che, dopo la morte della nonna rimane sola al mondo. L’unico posto che fa la sentire al sicuro è la cucina, non importa quale o come sia messa, ma è l’unico luogo capace di rassicurarla.

Nelle ultime quaranta pagine del libro abbiamo invece Plenilunio, una storia che la Yoshimoto ha inserito nella tesi e che ricalca una leggenda giapponese, senza discostarsi dal tema centrale dell’intero romanzo, ovvero il lutto.

Sì, perché, nonostante la copertina in stile cartoonesco, molto colorata e ricca di dettagli, la dicitura rassicurante “per ragazzi” e un titolo che ricorda molto i ricettari della zia Peppina, la trama sembra più una lunga poesia che cerca di affrontare dolcemente la perdita di chi amiamo, chiunque esso sia, dal genitore al partner.

Ed è forse proprio questa la ragione per la quale non sono riuscita a simpatizzare del tutto, o comunque non mi sono sentita particolarmente coinvolta. È come se per tutta la lettura mi sia ritrovata in un limbo, aspettando una svolta significativa da un momento all’altro, quel punto in cui la storia prende una piega interessante. Invece no. Mi è sembrato di vedere un cielo plumbeo, pieno di nuvole grigie, in attesa di una tempesta che non è mai arrivata.

Leggendo le recensioni di altri utenti, ho notato che tanti fanno riferimento al shojo manga cercando di descrivere lo stile della Yoshimoto, ovvero una categoria che si rivolge ad un pubblico prettamente femminile, esponendo solitamente (ma non in via esclusiva) delle tematiche fortemente sentimentali. Non essendo un’appassionata del genere, onestamente su questo punto non saprei cosa dire. Vero è che le descrizioni ambientali mi hanno ricordato molto gli anime strappalacrime che ho visto su Netflix, così come i dialoghi e i personaggi.

Detto ciò, torno a ribadire che non ho apprezzato l’esposizione della storia. Sembra più un romanzo non compiuto, una serie di appunti che mai vengono pienamente sviluppati, imprimendosi nella pagina come tetri ricordi. Ad un certo punto ho cominciato a spazientirmi per il ritmo monotono e non vedevo l’ora di finire. A parte la morte non accade davvero nient’altro di rilevante, per questo non comprendo nemmeno il titolo: la questione della cucina come luogo rassicurante non viene approfondita come mi sarei aspettata.

Eppure, c’erano altre questioni interessanti su cui poteva vertere l’attenzione, come Eriko e la sua transizione, oppure il carattere dello stesso Yuichi, che sembra più un fantasma dalla personalità evanescente. Per altro, la sua storia d’amore è una delle più brutte e nonsense che abbia mai letto.

Di contro, Plenilunio l’ho apprezzato di più, anche se non posso gridare al capolavoro.

Concludo dicendo che tanti si sono lamentati dei finali tronchi, che danno l’idea di una storia inconcludente, caratteristica tipica dello stile letterario giapponese. Francamente la cosa non mi disturba affatto: a parer mio, sono altri i problemi di questo romanzo.

Voto finale 2.5/5.

Julia

“Felicità è anche non accorgersi che in realtà si è soli.” Kitchen, B. Yoshimoto