Agatha Raisin La quiche letale – M. C. Beaton

Quest’estate, prima di partire per le vacanze, mi sono piazzata davanti alla mia libreria per capire quale storia mi sarei potuta portare dietro, ovviamente lontana dallo sguardo indiscreto di Guerra e Pace che ancora aspetta di essere finito.

Dunque, per me la libreria funziona un po’ come l’armadio dei vestiti: ho tanta roba, ma non so mai quale tirare fuori.

Le caratteristiche che cercavo erano le seguenti:

  • Qualcosa di leggero, poco impegnativo;
  • Un po’ di humor che non guasta;
  • Copertina interessante.

La scelta è ricaduta su Agatha Raisin La quiche letale di M. C. Beaton, che persino dal titolo fa presagire il tipo di storia che andreste a trovare.

Già tempo fa mi ero scontrata con lo humor inglese grazie a La Sovrana Lettrice di Bennet che, a dispetto delle recensioni, avevo trovato tutt’altro che divertente.

Eppure, questa volta mi sono dovuta ricredere!

Insomma, la protagonista è Agatha, una cinquantenne londinese che ha avuto una carriera brillante come PR, ma ora ha deciso di vendere tutto per trasferirsi nella campagna dei Cotsworlds.

Avete presente quelle casettine carine che si vedono nelle cartoline o nei film tipo L’amore non va in vacanza? Quelle costruite in pietra con giardino fiorito, caminetto perennemente acceso e vicini di casa che ti sorridono sempre.

Ecco, anche Agatha si era illusa di una situazione del genere, salvo poi scoprire che i vicini sono fintamente cortesi e che il suo giardino fa pena perché non viene curato.

Lei non si arrende e pur di entrare nelle grazie dei 4 gatti che vivono in zona, decide di vincere (partecipare non basta) una gara di quiche, nonostante non abbia mai cucinato un uovo al tegamino.

Come se non bastasse, uno dei giudici ci resta secco dopo aver mangiato proprio il suo piatto!

Ovviamente i primi sospetti ricadono su di lei e la sua principale preoccupazione è quella di dover rivelare che la quiche in realtà non l’ha cucinata lei, ma era andata a comprarla in città.

Iniziano così le sue indagini per scoprire chi abbia davvero ucciso il giudice della competizione, attraverso una serie di malintesi e l’incontro con casi umani.

Anche se i colpi di scena non sono poi così tanti, questo libro si fa leggere con piacere perché è davvero divertente.

Agatha è molto lontana dai detective che siamo abituati a conoscere, con la loro eleganza ed incredibile arguzia nello sgusciare fra una prova e l’altra senza alzare un polverone.

Lei no: è scontrosa, diretta, non le manda a dire, se la prende con il mondo intero e ovunque vada combina guai.

Io l’ho trovata semplicemente fantastica e più volte mi ha strappato una risata.

Una lettura consigliata per chi sta cercando un romanzo leggero, divertente e che contenga un pizzico di mistero in stile signora Fletcher.

Fra l’altro, ho scoperto che è il primo di una lunghissima serie che conta una trentina di libri e non sono neanche gli unici scritti dall’autrice.

Difatti, la signora Marion Chesney (1936 – 2019) ha pubblicato decine e decine di libri, alcuni utilizzando il suo vero nome, altri dietro numerosi pseudonimi, come M. C. Beaton, Ann Fairfax, Jennie TremaineHelen CramptonCharlotte Ward, e Sarah Chester.

Una mente a dir poco geniale!

Voto 5/5.

Julia

La ragazza interrotta – S. Kaysen

Per molte persone il nome Susanna Kaysen potrebbe non dire nulla, ma a sentir La ragazza interrotta salterebbe subito alla mente il film dal titolo molto simile del 1999, diretto da James Mangold.

E difatti, il lungometraggio Ragazze interrotte trae proprio ispirazione da questo diario autobiografico, dove l’autrice racconta la sua esperienza in manicomio, vissuta alla fine degli anni Sessanta.

Questo libro ha fatto parte della mia wishlist per diversi mesi, prima di decidermi a comprarlo e leggerlo. Nel frattempo avrò visto il film almeno un paio di volte: una storia toccante che lascia il segno, soprattutto per chi da quell’incubo non è più uscito.

Quando ho iniziato a leggere il diario ero sicuramente carica di aspettative: mi aspettavo un racconto lineare, dove forse si entrava più nei dettagli nelle storie che riguardavano le altre pazienti. Mi sarebbe piaciuto sapere anche che fine avessero fatto tutte.

Ad essere sincera, sono rimasta un po’ delusa in generale, perché l’ho trovato confusionario nella narrazione. In aggiunta, mi sono resa conto che per il film si è dato ampio spazio all’interpretazione, cercando di mettere in successione eventi raccontati a random.

Infatti il libro è così strutturato: una serie di brevi episodi raccontati in prima persona, intervallati da fotocopie di referti medici originali che riguardano Susanna stessa. Non ci sono date ad inizio capitolo, perciò non si riesce a collocare gli eventi all’interno di una linea temporale. L’ordine di presentazione non c’entra nulla, anche perché prima si parla della morte di un personaggio, il quale ricompare alcuni capitoli dopo.

Nella parte finale ci sono una serie di considerazioni dell’autrice riguardo alla sua patologia, da dove ha tratto il titolo del libro e giusto un paio di episodi per raccontare che fine abbiano fatto Lisa e Georgina.

Insomma, mi sarei aspettata un po’ più cura da questo punto di vista.

Ricordo che anche Alda Merini ne L’Altra Verità, oppure Chamed in Mi si è fermato il cuore, comunque hanno cercato di dare un ordine agli eventi, una sorta di orientamento per il lettore, seppur con stili completamente differenti.

Invece, la mia impressione è che Kaysen abbia voluto trascrivere un diario per sé stessa, una sorta di sfogo personale terapeutico per staccarsi definitivamente da quella esperienza in ospedale psichiatrico.

La sua narrazione rimane comunque lucida nella descrizione di atteggiamenti bizzarri che la caratterizzano, anche se a tratti sembra che lei stessa voglia negare di avere dei disturbi psichiatrici; invero, mostra delle perplessità riguardo al trattamento a lei riservato o all’interpretazione dei suoi comportamenti, così come alle condizioni che determinano la diagnosi stessa.

Celebre infatti è la sua osservazione riguardo alla promiscuità femminile, messa a confronto con quella maschile: un giudizio che spinge a riflettere, peraltro riportato anche nel film.

Insomma, lo consiglio? Sì, ma più che altro per le interessanti riflessioni riguardo agli stessi disturbi.

Ps: nel film ci sono aspetti diversissimi rispetto al libro, primo fra tutti le sembianze dei personaggi. L’infermiera Valerie nella realtà era bionda con carnagione chiara, mentre Lisa mora. Inoltre, alcuni episodi sembrano inventati di sana pianta, come la fuga di Susanna e Lisa, che raggiungono la casa di Daisy oppure la diagnosi di altre pazienti.

I matti sono un po’ come i calciatori scelti per battere il rigore. Spesso è pazza l’intera famiglia, ma poiché non può entrare tutta in ospedale, si sceglie una sola persona come pazza e la si interna. Poi, a seconda di come si sentono gli altri componenti, la si tiene dentro o la si risbatte fuori, per dimostrare qualcosa sulla salute mentale della famiglia stessa.La Ragazza Interrotta, S. Kaysen

Le sorelle Donguri – B. Yoshimoto

Quando ci sono periodi un po’ difficili e carichi di preoccupazioni, ognuno di noi cerca un modo per distrarsi: chi fa sport fino allo sfinimento, chi esce con amici e chi come me inizia a leggere NO STOP per riempire la testa di storie che non ci appartengono.

Settimane fa mi è capitato di passare in libreria e se c’è una cosa alla quale non riesco proprio a resistere sono quelle favolose offerte del tipo “Prendi 2 e paghi 9,90“.

Il problema è che molte volte scorrendo le copertine non trovo gran che di interessante, soprattutto quando afferro qualche volume e leggo la trama; quindi, in tempo zero mi allontano un po’ delusa.

L’ultima volta, invece, sono stata travolta dalla voglia di shopping e ho deciso di comprare qualcosa, fra cui Le sorelle Donguri di Banana Yoshimoto.

Premetto che all’inizio non mi entusiasmava l’idea di approcciarmi ancora a questa autrice: avevo letto Kitchen mesi fa e, a dispetto delle recensioni entusiaste presenti nel web, non mi aveva fatto impazzire. Cliccando qui, potete trovare la recensione.

Insomma, ho voluto fare un altro tentativo e sono rimasta molto contenta. Certo, è evidente che Le sorelle Donguri è un’opera più matura rispetto alla precedente, dove ritorna comunque il tema della morte (mamma, che ansia!) con conseguente lutto, ma lo fa in maniera così delicata, da diventare estremamente poetico.

In questo romanzo le protagoniste sono Donko e Guriko, due sorelle diversissime che dopo una serie di lutti che iniziano con la morte dei genitori in un incidente, possono contare solo l’una sull’altra. Decidono di aprire una sorta di sito di ascolto, dove la gente invia mail per sfogarsi sulla qualunque e loro rispondono dando conforto.

Un giorno Guriko sogna Mugi, il suo primissimo amore che non vede da anni, e decide di andare a cercarlo, trovando il coraggio di uscire dalla sua clausura: Guriko, infatti, è una ragazza molto introversa e di rado si concede svaghi, al contrario della sorella.

La storia ha un ritmo molto lento, senza particolari colpi di scena e potrebbe risultare noioso. Il grosso della narrazione riguarda l’analisi introspettiva di Guriko, che ricorda il suo percorso travagliato, il senso di solitudine che l’ha portata ad ammalarsi e il desiderio di cambiare pur non avendone il coraggio.

La storia d’amore fra lei e Mugi, così surreale e delicata, è stata una delle più toccanti che abbia mai letto. Secondo me era poesia pura, così come tutte le similitudini e metafore utilizzate nell’intero romanzo, a metà fra la realtà e il sogno di Guriko.

Per i teneroni inside come me, che da fuori sembrano sempre dei T-rex nevrotici e arrabbiati, è il libro ideale che fa sognare e riflettere, lasciando comunque un po’ di amaro in bocca.

Attenzione: non è la classica storia d’amore! Basta, non dico altro…

Voto 5/5.

“Quando non si esce in casa per tanti giorni, nella nostra testa il mondo diventa a poco a poco più grande di quello reale. Senza che ce ne accorgiamo, le nostre fissazioni prendono il sopravvento. Allora si deve uscire per ristabilire le proporzioni – questo è quello che faccio sempre. Farsi da parte, recuperare le energie. O così o si finisce per soccombere. La minaccia non viene dall’esterno: è la nostra parte più intima che rischiamo di perdere di vista. E se questo accade, le persone intorno a noi percepiranno il nostro spaesamento e il loro atteggiamento nei nostri confronti cambierà.” Le sorelle Donguri, B. Yoshimoto

Addio, a domani – S. Efionayi

Diversi mesi fa mi ricordo che era stato pubblicato un post di recensione su un gruppo di lettori, dove si parlava del grande classico Il buio oltre la siepe di H. Lee, considerato da tutti uno dei pilastri fondamentali per quanto riguarda la denuncia al razzismo.

È anche vero che il racconto dell’autrice risale agli anni Cinquanta e Sessanta, un bel po’ di decenni fa: di conseguenza alcune persone hanno anche smesso di prenderlo in considerazione, come un utente che proprio sotto a quel post aveva commentato dicendo che ormai si trattava di un testo superato, appartenente ad un periodo storico troppo lontano per potersi immedesimare.

Il problema è che il razzismo ha solo mutato forma, ma rimane sempre presente, come un tarlo che consuma tutti gli strati sociali di una qualsiasi società che vuole considerarsi civile.

La testimonianza di Sabrina Efionayi non ha scuse per passare inosservata: lei è una ragazza con una storia struggente, cresciuta in mezzo a più mondi, senza mai riuscire ad indentificarsi pienamente in nessuno di questi. Da una parte c’è quello della famiglia biologica, con una mamma nigeriana costretta a prostituirsi, mentre il padre compaesano ha persino rifiutato di riconoscerla (il cognome le è stato dato da un caro amico).

Dall’altra abbiamo una famiglia napoletana che prende a cuore la situazione, a tal punto da acconsentire a crescere quella bambina come se fosse una figlia.

Sabrina non perde legami con nessuno e col tempo cerca la sua identità indagando ovunque, ma senza riuscire mai ad inserirsi: fra gli italiani è troppo scura come aspetto, fra gli africani è troppo bianca nel comportamento.

Ciò che ho letto nella sua biografia Addio, a domani è un costante tentativo di assecondare le aspettative altrui, chiudendo sé stessa in un’ostinata discrezione. Quando parla dice alle persone ciò che vogliono sentirsi dire, frasi studiate per non offendere la mamma biologica che la vorrebbe più in linea con il carattere estroverso africano o per non alimentare la paura di perderla da parte della madre adottiva Antonietta.

Ma Sabrina ha tanto da dare. È una ragazza molto intelligente e la sua capacità di scrittura la si evince già da queste poche pagine, dove cerca di raccontare la sua storia e quella della madre Gladys dall’esterno, per poi terminare con una considerazione riguardo al razzismo di oggi.

Ora, pensi che Il buio oltre la siepe sia ormai superato perché al giorno d’oggi non si fanno più processi a persone solo per il colore della pelle?

Beh, allora leggi la testimonianza di questa ragazza e poi ne riparliamo.

Voto 5/5!

“Get up, Gladys. You’re a woman. You’re a black woman in a country where we are nothing. In a country like this, in a world like this, you have to be a woman twice. All you have to do as a woman, all the pain and all the love, you have to fight for it, twice. Cause you’re a black woman.” Addio, a domani di S. Efionayi

Il Petrolio di Alarico: pubblicazione postuma

Sono diversi giorni, se non settimane, che non termino un libro e faccio una recensione, ma il tempo non sempre è nostro amico (anzi, direi mai!) e, anche se soffro di insonnia, rimango comunque stordita, oltre che parecchio nervosa, nelle mie ore di veglia notturna.

Questa sera mi sono riproposta di non cedere all’impazienza e di sforzarmi di adoperare il tempo perso in maniera costruttiva: ovvero, invece di imprecare rumorosamente guardando mio marito dormire placidamente come un neonato, ho deciso di leggere un romanzo già iniziato, che in questo caso è stato Il Petrolio di Alarico di Rocco Donato Alberti, pubblicato postumo dalla sorella Roberta.

Questo libro è stato un mix di storia e fantapolitica che l’autore ha saputo sapientemente mischiare, dimostrando grande cultura e conoscenza a proposito di geografia, eventi importanti realmente accaduti e situazioni politiche. A queste nozioni interessanti ha aggiunto uno sfondo distopico, facente parte di un futuro più vicino di quanto si pensi, anche se per la datazione non c’è una precisa definizione.

Nel mondo immaginato da Alberti l’Italia è dilaniata su più fronti: si respira aria secessionista e ovunque, dai piccoli comuni a intere regioni, si rivendica il diritto di indipendenza dal potere centrale. Nel Sud questa ribellione è capitanata da Lello Capitani, detto Professo’, attorno al quale si raccoglie un nutrito gruppo di discepoli.

Come se non bastasse, si aggiunge anche la drammatica situazione climatica, con un innalzamento spaventoso delle temperature che comporta climi tropicali anche in pieno inverno, e una fenomeno misterioso che colpisce le gravide, in quanto incapaci di partorire senza causare la morte del feto e/o di sé stesse.

Dunque, dal punto di vista stilistico e come già anticipato, è palese che sia stato scritto da una persona di grande cultura, sia per il linguaggio che rimanda ad autori classici sia per la precisione di informazioni reali che si incastrano perfettamente alle vicende frutto della fantasia dell’Alberti, rendendole oltremodo verosimili. Ciò che secondo me ha stonato è la presenza troppo consistente di refusi, quantomeno nella versione eBook, che riporta errori di grammatica anche piuttosto gravi. In circostanze normali mi avrebbero fatto desistere dalla lettura, perché a mio avviso se sono troppi disturbano il ritmo, ma in questo caso ho accantonato volentieri la mia pignoleria.

Un’altra critica che mi sento di fare è quella che riguarda la caratterizzazione dei personaggi: nulla da dire su quelli maschili, che non solo spesso danno voce ai pensieri stessi dell’autore, ma hanno una loro evoluzione nel corso della storia. Per quanto riguarda quelli femminili, invece, ho notato una visione dicotomica che mi ha lasciata perplessa: da una parte ci sono le avvenenti superficiali, piene di trucco e di facili costumi, mentre dall’altra abbiamo la bellezza pura e incontaminata, quasi salvifica, di donne-madri.

Ecco, mi è sembrata una distinzione un po’ maschilista, se devo essere brutale, proprio perché ad un certo punto sembra proprio che sia la gravidanza stessa ad avere il potere di redimere le persone e lo stesso pianeta, ricalcando addirittura la figura di Cristo, mentre le altre, finché non dimostrano atteggiamenti materni, portano sostanzialmente alla perdizione. Ma non dico di più, altrimenti fornisco troppe informazioni importanti.

Insomma, lo consiglio? Sì, perché tutto sommato è una storia originale, che alla fine spinge a riflettere sulla corruzione reale di chi detiene il potere (o vorrebbe averlo), capace di barattare un intero paese in cambio di denaro per condurre uno stile di vita agiato. Alla fine importa solo uscirne puliti agli occhi degli altri, invece di fare concretamente qualcosa di positivo, che ricalchi in qualche modo degli ideali nobili per cui lottare ad ogni costo.

Voto 3/5.

Julia

La Califfa – A. Bevilacqua

Questo è esattamente il centesimo articolo che scrivo per il blog e vorrei dedicarlo ad uno di quegli autori ormai dimenticati, la cui fama negli ultimi decenni è stata offuscata da una serie infinita di best sellers, molti dei quali estremamente commerciali.

La Califfa di Alberto Bevilacqua è stato pubblicato per la prima volta nel 1964 e fu un successo editoriale, tanto che sei anni dopo ispirò il lungometraggio omonimo, con alla regia lo stesso autore e alla produzione Mario Cecchi Gori.

Devo essere sincera, sarà per la mia giovane età, ma non l’avrei mai conosciuto se non me l’avesse consigliato un amico, facente parte degli stessi gruppi di lettori su Facebook.

Il romanzo è ambientato negli anni Sessanta e ha come protagonista la giovane Irene Corsini, detta Califfa, che abita l’Oltretorrente del fiume a Parma, una zona molto povera per intenderci, insieme al marito Guido, un ex partigiano. Quest’ultimo, dopo aver assassinato due giovani fascisti, viene arrestato per tre anni, ma una volta uscito sembra cambiato: si mostra scontroso e violento con la moglie, ozia tutto il giorno e si interessa solo dei piccioni che alleva per il tiro al volo.

Come se non bastasse la Califfa, che già aveva dovuto sopportare il licenziamento per riduzione del personale in una fabbrica, perde il figlioletto Attilio, così scivola in un abisso di sconforto.

In questo frangente decide di ripiegare sull’amante di Vito Alibrandi, una promessa del calcio che vanta numerose conquiste femminili, ma senza lasciarsi prendere sentimentalmente da nessuna di queste.

È chiaro che leggendo le vicende del romanzo ci rendiamo conto che stiamo descrivendo una realtà che ormai riguarda forse pochissimi quartieri malfamati ancora presenti in Italia, dove vige ancora la netta contrapposizione e differenza fra indigenti e ricchi imprenditori. Nella storia questa forte separazione viene rappresentata dal fiume, che fisicamente divide due mondi che pare non possano mai incontrarsi.

La divisione di Bevilacqua poi, sembra assuma toni ancora più aspri se si tiene conto della rappresentazione dei personaggi: quelli ricchi sono semplicemente ipocriti senza cuore, attaccati solo al vile denaro, disposti al servilismo pur di rimanere attaccati come cozze ai propri privilegi; i poveri, d’altro canto, capita che siano inclini a comportamenti discutibili, ma perché vittime della loro stessa condizione.

In tutto ciò ho provato molta tristezza nei confronti della Califfa, una donna che ha dovuto fare i conti con esperienze tremende nella propria vita, dapprima perdendo l’amore, poi la stabilità economica e i suoi affetti più cari.

**DA QUI IN POI CI SONO ANTICIPAZIONI SUL FINALE**

Romy Schneider ne La Califfa

La sua disperazione la porta a compiere scelte che non la rendono felice, ma rappresentano una sorta di autopunizione, come lei stessa racconta alla Viola giustificando i motivi sul perché continuasse a perdere tempo con uno come Vito.

La scelta di diventare una slandra, una sorta di concubina simile a Giulia ne I Leoni di Sicilia (con la differenza che qui il Doberdò era già sposato) mi è sembrata più dettata dalla disperazione: vedova, senza figli, senza lavoro, a vivere sulla spalle di una povera amica prostituta che già faticava a mantenere i suoi bambini.

La Califfa non ci stava più e ha deciso di prendere in mano la sua vita: avrebbe intrapreso una strada difficile per terminare i suoi giorni in pace con sé stessa. E difatti, ha accettato di diventare l’amante di un attempato imprenditore, ascoltando con pazienza le turbe mentali della sua crisi di mezza età, ottenendo in cambio dei favori per aiutare i poveri del suo quartiere.

Il Doberdò sembra abbia conosciuto la sua Beatrice, la donna che l’ha risvegliato dal sonno durato decenni, durante i quali è stato spinto ad accettare qualsiasi cosa pur di raggiungere la sua attuale posizione. Ora che lei gli ha aperto gli occhi, vede la realtà in maniera diversa e si sente più vicino alle sue umili origini. Arriva persino a chiederle di vivere con lui e mettere su famiglia insieme.

Francamente mi è sembrata una situazione un po’ patetica, forse perché sono influenzata da una mentalità diversa: un anziano pieno di soldi e potere si innamora perdutamente di una giovane donna, alla quale regala tutto, esibendola come un trofeo personale. Lei, dal canto suo, non prova certo amore nei suoi confronti, ma più che altro un affetto profondo, legato anche alla speranza di poter ottenere una vita migliore, più dignitosa e, perché no?, avere la possibilità di tornare ad essere di nuovo una madre.

Queste mie considerazioni, legate al finale che sembra ricordare che il destino non si possa stravolgere del tutto, lasciano un po’ con l’amaro in bocca.

Voto personale 3.5/5.

Julia

“Si fa presto a dire: quella è una slandra, una donna di rifiuti. Ti mettono la croce addosso e addio, poi fanno le orecchie del sordo. Insomma, non ti ripulisci più perché l’onestà di andare in fondo alle cose chi ce l’ha, in questa Italia lazzarona, dove tutti i loro peccati li nascondono come beni di contrabbando, solo per puntare il dito contro le debolezze degli altri? Questa è la cristiana carità che io conosco, questo il volersi bene dei fratelli…” La Califfa, A. Bevilacqua

Vi sblocco un ricordo!

Oggi vorrei parlarvi di un vero e proprio tesoro nascosto che ho trovato fra i volumi della mia libreria personale: tanti piccoli testi dalla copertina bianca e titoli colorati, alcuni tratti da autori classici, altri un po’ sconosciuti.

Conservo un dolce ricordo di questi tascabili La Spiga, comprati tanti anni fa da mia mamma per me e mio fratello (abbiamo circa un anno di differenza), probabilmente cercando di alimentare una certa curiosità del mondo della lettura, cosa che per altro già avevo iniziato a manifestare.

Chi è cresciuto a cavallo fra gli anni Novanta e inizi anni Duemila probabilmente ne avrà già sentito parlare: la casa editrice di cui sopra aveva sponsorizzato delle collane di libri molto brevi, di circa una cinquantina di pagine, con caratteri parecchio grandi e dedicati a diverse fasce di lettori. Gli stessi nella parte finale riportavano degli esercizi semplici di comprensione del testo.

Le collane erano così suddivise per età:

  • I Rosicchia Favole, da 4 a 6 anni;
  • Le Pulci con gli Occhiali, da 6 a 8 anni;
  • Piccoli Lettori, da 8 a 11 anni.

Cominciate a ricordare qualcosa? Probabilmente ho sbloccato anche in alcuni di voi un dolce ricordo legato a questa esperienza: forse come me eravate bambini a quei tempi, oppure avete avuto figli o nipoti ai quali avete regalato gli stessi libri.

Ricordo ancora quando mia mamma ci aveva fatto scegliere i titoli che avremmo voluto. Nel mio caso ero andata più sul misterioso e horror, dal momento che queste storie mi intrigavano, come Racconti del terrore di E. A. Poe, oppure Il Triangolo delle Bermuda di S. Spartà, chiaramente entrambi in versione molto scarna per adattarla ai bambini.

Mio fratello, invece, aveva preferito qualcosa di soft, con un interessante Il Drago dormiglione di S. Bongiovanni, o ancora Pippo il Pipistrello di J. de La Fontaine.

Certo, non era facile scegliere in mezzo a titoli curiosi come Chichì, Cocò e Cucù e La Strega Frittellona!

Ma ciò che ho apprezzato, col senno di poi, era altresì la presenza di adattamenti di grandi classici per i più piccoli, come Biancaneve e i Sette Nani, Robinson Crusoe, Dracula e Don Chisciotte della Mancha, per citarne alcuni.

Che fine hanno fatto questi libri?

Dopo tanti anni è chiaro che ormai si tratta di collane fuori stampa, ma se siete fortunati potete trovare qualche reperto archeologico in vendita su Ebay, per esempio.

Navigando in rete ho scoperto che La Spiga fa parte del Gruppo Editoriale Eli e sul sito, che puoi raggiungere cliccando qui, ci sono sia proposte che riguardano manuali scolastici, sia il catalogo di narrativa suddiviso per fasce di età.

Sicuramente ci saranno altre case editrici che propongono la stessa iniziativa per i più piccoli, come la collana Oscar Primi Junior della Mondadori, oppure La Mia Prima Biblioteca di Fiabe Illustrate della Feltrinelli, ma i costi sono molto cambiati in questi vent’anni: difatti, l’offerta presente a quei tempi era di 4 volumi a soli 6 euro, mentre adesso lo stesso prezzo probabilmente vale per un singolo libro, quando scontato.

Per caso vi ho fatto ricordare qualche collana della vostra infanzia?

Julia

La Lettera – K. Hughes

Giorni fa ho finito di leggere un romanzo che ormai mi portavo dietro da troppo, non perché fosse diventato pesante, ma per mancanza di tempo.

Si tratta de La Lettera di Kathryn Hughes, definito in alcuni siti di recensioni come un caso editoriale mondiale, avendo scalato in breve tempo le classifiche di tutto il mondo. Sarà, ma a me pare di non averlo mai visto nella top 10 dei libri più venduti…

Anzi, sinceramente sono stata spinta a dare un’occhiata alla quarta di copertina perché mesi fa l’avevo trovato in offerta a cinque euro.

Insomma, viste queste premesse sembra che stia per parlare di un romanzetto poco piacevole, valso i soldi che ho speso.

E invece no! Almeno, non del tutto…

Partiamo dalla trama: la protagonista è Tina, una giovane donna che vive una vita infelice con un marito violento. Tutti i sabati lavora al charity shop, dove vengono raccolti e venduti abiti usati e proprio qui, in un vecchio cappotto, trova una lettera d’amore mai spedita di un certo Billy, indirizzata ad una Chrissie. Inizia così la ricerca di Tina per trovare la destinataria e consegnarle ciò che avrebbe dovuto ricevere più di trent’anni prima.

La storia in sé è carina, anche se non stiamo parlando di un prodotto originale: possiamo dire che ci sia qualcosa di già visto e sentito, anche nella struttura, dove vengono alternati più punti di vista (sempre in terza persona), fra presente e passato. È un sistema che ultimamente sto riscontrando in molti romanzi contemporanei: sembra che la classica concatenazione lineare ormai sia passata di moda.

Perciò, nonostante si abbia la sensazione di leggere qualcosa di ripetitivo, le pagine scorrono velocemente senza accorgersene e i passaggi temporali non disturbano, poiché si prendono tutto lo spazio necessario per abituarsi e orientarsi al nuovo protagonista.

Per quanto riguarda le note dolenti, ci sono alcune cose che personalmente non ho apprezzato.

La storia d’amore fra Billy e Chrissie è abbastanza scontata e stucchevole: lui playboy-bisteccone-superbonazzo che si innamora della ragazza timida e introversa. Dove l’avevo già sentita? Ah sì, praticamente in ogni singolo teen movie americano!!! Un po’ di fantasia, suvvia! La scrittrice ha cercato di riscattarsi rendendo la loro storia più triste di quanto ci si sarebbe aspettati.

Inoltre, ho riscontrato alcune ridicole incongruenze nella storia, che mi hanno fatto storcere il naso:

  • Chrissie, figlia di un medico e di una levatrice, è convinta di non poter rimanere incinta in una determinata posizione sessuale. Francamente lo trovo assurdo, anche perché più volte dimostra di avere conoscenze approfondite sulla gravidanza e sul parto, dato che ha aiutato entrambi i genitori nel proprio lavoro. Come poteva non sapere niente riguardo al concepimento?
  • Il personaggio di Tina cambia improvvisamente nel corso della storia: se prima aveva una certa razionalità nella valutazione del comportamento del marito, ad un certo punto diventa improvvisamente ingenua e fa finta di non vedere gli stessi segnali che l’hanno spinta a cercare una via di fuga. Sul finale, poi, torna ad essere come all’inizio. Io capisco che un personaggio debba avere un’evoluzione credibile influenzata dagli eventi, ma cambiare completamente personalità, anche no. E difatti, nel corso della storia arriva a ritenersi lusingata per le scenate di gelosia del marito, convinto che tutti gli uomini vogliano portarsi a letto la moglie. Una dimostrazione d’amore, a suo dire.

Altro punto, farei un minuto di silenzio per uno dei personaggi più spietatamente friendzonati della storia: Jackie, eroe incompreso e mai decantato.

Scherzi a parte, vorrei concludere con una riflessione che ho trovato un po’ triste e fastidiosa (censuro i nomi per evitare spoiler): “A. voleva bene a B. anche se non era suo figlio naturale. Figurarsi quanto avrebbe amato lei quel bimbo che aveva tanto desiderato e portato in grembo per nove mesi.

Questo cosa vorrebbe dire? Che una madre adottiva non potrà mai amare tanto quanto una madre biologica, proprio perché il figlio non l’ha partorito lei?

Lasciatemi dire che si tratta di una considerazione ignorante, scritta da una persona che evidentemente ha dei pregiudizi sulla questione. Basta leggere le testimonianze di chi ci è passato per comprendere che essere genitori adottivi non rende meno capaci di amare un figlio.

Voto 3/5.

Julia

“Adorava le piccole cose. Il debole ronzio di un enorme bombo peloso che svolazzava solerte di fiore in fiore, ignaro che dal suo compito dipendessero le sorti dell’umanità. Il profumo inebriante e la magnifica esplosione di colore dell’aiuola… E poi suo marito che si massaggiava la schiena dolorante mentre concimava le rose senza fiatare, sebbene ci fossero mille altri compiti di cui avrebbe preferito occuparsi.” La Lettera, K. Hughes

Non dirmi bugie – R. Olsen

Oggi vi racconto di un romanzo che ho acquistato grazie alle offerte della Newton Compton nella sezione thriller, intitolato Non dirmi bugie, di Rena Olsen.

Ecco la trama: Clara sta spazzolando i capelli alla figlia, quando all’improvviso degli agenti fanno irruzione in casa per arrestare il marito Glen. Prima di andare via lui la intima di non dire niente e lei ubbidisce senza remore. Giunta in questura, però, le persone la chiamano Diana e accusano il marito di crimini atroci. Con molta fatica e remando contro la rigida educazione con la quale è cresciuta, sarà costretta a mettere in discussione la realtà perfetta che credeva di aver vissuto fino a quel momento.

Ci sarebbero diverse cose di cui parlare prendendo in considerazione il romanzo, ma comincio da quelle semplici: per esempio il genere, considerato thriller, ma che in realtà non lo sembra affatto, prima di tutto perché sappiamo già la verità entro le prime decine di pagine. In secondo luogo, i colpi di scena sono quasi inesistenti perché la trama è davvero prevedibile, lasciando pochissimo spazio all’immaginazione.

In sostanza, il fulcro del romanzo è la lotta interiore di Clara contro il lavaggio del cervello che le è stato imposto fin da bambina. Non è facile per lei fare i conti con la realtà dei fatti ed accettare di aver sposato un mostro. Peggio ancora, rendersi conto di esserne stata complice, in un certo senso.

Per come è strutturato il romanzo, a parer mio questo percorso è reso discretamente, anche attraverso continui salti temporali con flashback a random, che comunque non è difficile collocare all’interno di una linea temporale di eventi.

Eppure, ci sono elementi che mi hanno fatto storcere il naso, primo fra tutti la noia del racconto: quando gli eventi diventano prevedibili e i fatti raccontati si ripetono, oltre 300 pagine diventano troppe. Per altro il tono melenso con cui Clara descrive il suo amore per quel mostro di Glen mi ha suscitato solo irritazione.

C’è anche un dilemma etico dietro a tutta questa storia: Clara è una vittima a tutti gli effetti o è solo un’altra carnefice? Bella domanda. Ho avuto come l’impressione che l’autrice volesse creare delle sfumature fra il bene e il male: non esiste l’assoluto, perché tutti appartengono a quell’alone grigiastro in grado di trovare sempre una giustificazione alle proprie azioni, che sia un passato traumatico o l’istinto di sopravvivenza.

Dal canto mio, non ho mai sopportato del tutto questo pensiero. È vero che dietro ad ogni azione, giusta o sbagliata che sia, c’è sempre una ragione. Ma non si può dire “eh poverino, ha avuto un’infanzia difficile, quindi ci sta che poi sia diventato un criminale”. Troppo facile così.

Per altro, non sono riuscita nemmeno a simpatizzare con il personaggio di Clara, trovandolo ipocrita in determinati frangenti, se non contraddittorio. A volte sembrava cosciente della fine che andavano a fare le bambine che formava, tanto da opporsi quando venivano scelte quelle troppo piccole, in altri quasi cadeva dal pero sulla cattiveria del marito, come se ci fosse un modo buono di trattare il traffico di esseri umani. Francamente non mi è sembrata tanto migliore di Glen, solo più furba, tutto qua. L’amaro in bocca mi è rimasto per tutte le vittime di tale sistema tanto marcio, che purtroppo non sono state più ritrovate o salvate.

Voto 3/5

Julia

La corona contesa – E. Chadwick

Mi sono iscritta da pochi mesi al Club degli Editori e fra i primissimi libri del mese, c’era proprio quello di cui vi vado a parlare in questo articolo, ovvero La Corona Contesa di Elizabeth Chadwick, acquistato con un ottimo sconto rispetto al prezzo di copertina. Se vi interessa saperne di più, vi invito a leggere questo articolo, dove parlo del Circolo e di come funziona, dicendo chiaramente anche quali sono gli aspetti negativi del servizio.

Tornando al romanzo, si tratta di uno storico incentrato su Matilde d’Inghilterra, una delle figure femminili più influenti del suo tempo. Le vicende iniziano nel 1125, quando la moglie dell’imperatore del Sacro Romano Impero torna a Londra, dopo la morte del marito. Il padre Enrico I, non avendo più eredi maschi, le promette la successione al trono, ma prima deve sposare l’adolescente Goffredo V, figlio del Conte d’Angiò e nemico storico dei normanni. Matilde, in quanto donna, dovrà lottare con tutte le sue forze per far prevalere il suo diritto di regnare, soprattutto dopo la morte del re, dato che il cugino Stefano I si candida per usurparle il posto. Fra i pochissimi sostenitori c’è la matrigna Adeliza di Lovanio, che continuerà ad appoggiarla nonostante le sue seconde nozze la vedano al fianco di uno dei più fedeli servitori dello stesso Stefano. Ce la farà a raggiungere il suo scopo?

Mi ricordo che quando frequentavo le medie e il liceo, il periodo storico che consideravo più noioso in assoluto era proprio il Medioevo. Ma a quanto pare si tratta di un’opinione condivisa, leggendo in giro nel web, non tanto per l’epoca in sé, che ha sicuramente molti eventi interessanti su cui porre l’attenzione, ma per il modo in cui viene presentata.

Nonostante questa premessa e considerando la mia riluttanza in periodo adolescenziale nel prendere in considerazione alcune epoche della nostra storia (non solo quella medioevale), ho deciso di provare a recuperare leggendo romanzi storici seri. Uno di questi è stato Il Tiranno, dell’intramontabile Manfredi, che ho recensito qui.

La Corona Contesa l’ho trovato molto interessante, perché ci fa capire come fosse difficile per una donna far sentire la propria voce, nonostante si trattasse di un’imperatrice: persino coloro che le avevano prestato giuramento, decisero di voltarle le spalle una volta rimasta senza la protezione del padre regnante. Benché Stefano I si sia rivelato poi un sovrano incapace, che comprava letteralmente la fedeltà dei suoi sudditi, nessuno era disposto a cedere il posto alla legittima erede.

Matilde e Adeliza sono donne molto diverse fra loro, ma entrambe determinate a raggiungere i propri obiettivi. Mentre la prima, benché comunque religiosa, si affida alla propria razionalità, pianificando continuamente strategie tattiche migliori per spodestare il cugino, l’altra confida nella spiritualità per trovare conforto al dolore e un significato più profondo della propria esistenza. La determinazione con la quale portano avanti le lotte personali è davvero impressionante, a maggior ragione se consideriamo il contesto in cui sono nate.

Per quanto concerne lo studio dei documenti storici da parte dell’autrice, possiamo dire che risulta evidente anche leggendo le note finali (quelle che spesso vengono ignorate, purtroppo). Alcuni eventi sembrano incredibili, ma sono realmente accaduti, come la fuga di Matilde durante una bufera di neve; mentre altri sono stati ipotizzati dalla stessa Chadwick, dopo aver attentamente studiato il personaggio. In questo modo, anche la fine che fanno i protagonisti della storia, i loro rapporti con le persone e gli stessi dialoghi, acquisiscono una valenza più vicina al reale.

Se devo fare un piccolo appunto, ho avuto l’impressione che, invece, le scene intime siano state messe apposta per rendere il tutto più alla harmony, giusto perché quando si narra di romanzi storici, bisogna inserire la passion e il fuego dell’ammoor, altrimenti non susciterebbe lo stesso interesse.

Ah, qualcuno mi vuole spiegare cosa c’entra la biondona in copertina se Matilde viene descritta come una donna dai lunghi capelli scuri?!?!

Voto 4/5.

“Matilde la buona. Matilde l’imperatrice. Matilde la vedova senza figli. Quelle parole le si insinuavano nella mente come un rumore di passi in una cripta. Se fosse rimasta lì, avrebbero dovuto aggiungere ‘Matilde la monaca’ alla sua lista di titoli, e non aveva alcuna intenzione di ritirarsi nel chiostro.” La Corona Contesa, E.Chadwick