Il gatto che insegnava a essere felici – R. Wells

Comincio subito col dire che questo libro mi serve da monito: devo smetterla di comprare compulsivamente quando vedo lo sconto 2 x 9,90€, perché tante volte pur di scegliere il secondo titolo, comincio ad utilizzare criteri di scrematura ridicoli.

In questo caso, ciò che ha attirato la mia attenzione è stato il gatto sulla copertina, perché io amo questo animale e mi scioglie più del cane. LO AMMETTO!!!

“Ma com’è che come immagine di copertina hai un cane?”

Ecco, fra i tre (due gatti e un cane), lei è stata l’unica che si è prestata a farsi fotografare, ben sapendo di essere bella e fotogenica. Gli altri due al massimo annusano il cellulare oppure si voltano di spalle con fare annoiato.

Dunque, adesso capite perché con gioia infantile io abbia deciso di cimentarmi in una lettura dal titolo “Il gatto che insegnava a essere felici” (di Rachel Wells)! Ma è stato un grosso errore e fra poco vi spiego perché…

Il libro fa parte di una serie ed è tutta incentrata sul micio Alfie, un certosino che di mestiere fa il portinaio di Edgar Road, perché è incredibilmente impiccione, con la scusa di voler aiutare le persone ad essere felici.

Dopo che ha aiutato Claire e Jonathan a sposarsi, ora si presenta una nuova avventura carica di mistero: nella via è arrivata una famiglia molto riservata e asociale, che fa di tutto per tenere tutti alla larga, destando non pochi sospetti sui loro affari.

Persino la loro gatta Palla di Neve si mostra scontrosa e diffidente, ma Alfie è colpito dalla sua bellezza e non riesce a fare a meno di importunarla.

Le premesse non erano male e la scelta del protagonista era originale, ma… Niente! Per me è un libro tremendo, scritto male e fin troppo lungo. Giunta alla 328esima pagina, dopo che mi è venuto il diabete a furia di leggere frasi melense da biglietti delle elementari, ho capito che l’autrice è una pancina e del mondo dei gatti sa ben poco.

Per prima cosa ci tengo a ribadire che i romanzi leggeri, quelli con gli happy ending scontatissimi, generalmente non mi dispiacciono perché mi mettono di buon umore, ma qui a parer mio siamo ben oltre la decenza. Fra le chiusure di capitolo tutte uguali del tenore “Che bello essere circondati da tanto amore ecc.” (originalità, scansati proprio), ho notato però un messaggio che secondo me è pericoloso e assurdo da sostenere nel 2023, ovvero che la VERA felicità si ottiene solo con figli. Non è un caso che tutte le scene della Mulino Bianco coinvolgono solo persone che hanno almeno due bambini o comunque desiderano averne.

**Attenzione, qui parte l’anticipazione sul finale**

Il culmine di questo pensiero è stata la frase infelice di Alfie, dopo la scoperta della gravidanza di Claire: “Saremmo diventati una vera e propria famiglia!“. Un concetto che viene ribadito più volte, anche in modo sottinteso. Quindi, sappiate che se non avete figli, non siete davvero una famiglia…

Come se non bastasse, l’autrice ha un livello di conoscenza dei gatti che si ferma al cartone animato di Tom&Jerry, perché ad Alfie piacciono tutte le cose che generalmente i gatti detestano e non sono io la sig.ra Nessuno a dirlo, ma i numerosi articoli scritti da esperti sul comportamento di questo meraviglioso felino, che la Wells evidentemente si è dimenticata di guardare.

Per esempio, i gatti non sopportano il caos e per questo tendono a trovare un posto sicuro quando la loro casa è particolarmente affollata. La loro natura è predatoria, molto curiosa, ma anche piuttosto diffidente e difficilmente si farebbero avvicinare da qualcuno. Quando soffrono poi, diventano tremendi!

Inoltre, non sopportano essere maneggiati e toccati di continuo, per questo molto spesso tollerano poco i bambini, perché essendo piccoli ancora non capiscono i loro limiti. Una grossa differenza rispetto a molte razze di cani, che hanno una pazienza infinita e amano giocare con gli umani a qualsiasi età.

Io comunque capisco che il libro doveva avere un tono leggero, quindi non è che si pretende un trattato sul comportamento dei felini, però mi è sembrata un’occasione sprecata, considerato il protagonista così insolito.

Penso che con questa serie mi fermerò qui. Addio, Alfie… Preferisco i miei gatti.

Voto 1/5.

Agatha Raisin Il Veterinario crudele – M. C. Beaton

Dovete sapere che per me risulta abbastanza difficile concentrarmi in questi giorni, dato che praticamente continuiamo a mangiare ininterrottamente invitati sempre da qualcuno, facendomi perdere la cognizione del tempo.

Nel caso non si fosse capito, io e mio marito veniamo da due famiglie numerose del profondo sud; il che significa grandi abbuffate quando ci si trova insieme.

Tutto è cominciato il 23 dicembre (in occasione della Vigilia della Vigilia) ed è ancora in corso, perché questi giorni che fanno da ponte fra Santo Stefano e Capodanno si vivono come una sorta di preparazione olimpica per ciò che ci attende alla fine dell’anno, il Gran finale, la madre di tutte le abbuffate del 2022, l’ultimo atto di una tragedia infinita!

Il bilancio attuale è:

  • Bilancia nascosta;
  • Perdita di cognizione del tempo e dello spazio;
  • Incapacità di concentrarsi su argomenti troppo complicati: motivo per cui si scatenano i peggio dibattiti proprio in prossimità del Capodanno.

In un clima del genere potevo permettermi solo una lettura leggera e divertente, ma quale se non l’amata serie appena scoperta di Agatha Raisin firmata M. C. Beaton? Questa volta con il titolo Il Veterinario Crudele!

Se vi siete persi la recensione del primo volume, la trovate cliccando qui. In sostanza, Agatha è una signora di mezza età che, dopo una carriera brillante come PR, decide di andare in pensione prima del tempo e comprarsi una casetta nella campagna inglese.

Il suo arrivo porta fin da subito uno scossone, perché intorno a lei succede sempre un guaio e questa volta si tratta dell’omicidio del nuovo veterinario Paul Bladen, avvenuto poco tempo dopo essere uscito con lei.

Agatha decide di indagare per scoprire chi è il colpevole, più che altro per avere una scusa per trascorrere del tempo con l’affascinante vicino di casa James, il quale ogni volta che fiuta la sua volontà di flirtare, sparisce senza pietà.

Anche in questo caso non stiamo parlando di un giallo ricco di misteri, perché in fin dei conti non è poi così difficile capire chi sia il reale colpevole già a circa metà della storia.

La mia impressione è che questa volta l’autrice si sia voluta concentrare sulla componente sentimentale della vicenda, mostrando un lato più vulnerabile e sensibile della stessa protagonista, senza mai diventare troppo stucchevole; difatti, continua a rimanere la narrazione ironica, con eventi al limite dell’assurdo ed episodi divertenti.

In aggiunta, lo stile della narrazione rende sempre la storia tanto scorrevole da riuscire a finirla in appena una giornata, mettendo anche di buon umore (almeno, per me è così).

Una domanda che potrebbe sorgere spontanea è se sia il caso si leggere i volumi in ordine di pubblicazione per comprendere meglio la storia. A parer mio la risposta è : è chiaro che le vicende sentimentali di Agatha fanno da sfondo a tutta la serie, ma ogni libro inizia e finisce un caso di omicidio, senza lasciare interrogativi e in modo molto lineare.

Ad ogni modo, per chi desidera un giallo che non si prende troppo sul serio, lo consiglio sicuramente.

Voto 4/5.

Auguri di buoni digestivi per le feste!

Julia

Il giardino dalle mille voci – E. Arenz ed esperienza Club degli Editori

Con la lettura di oggi colgo l’occasione per aggiornarvi sulla mia esperienza come socia del Club degli Editori, al quale ho dedicato un articolo dettagliato che potete trovare qui.

Ormai è da più di un anno che ne faccio parte e penso di poter fare un bilancio sia in positivo, sia in negativo.

Dunque, ho letto spesso critiche sul Club degli Editori, soprattutto in relazione alla presunta difficoltà di cancellarsi come socio oppure rifiutare il libro del mese; in realtà, questi credo siano aspetti superati perché, come spiego nello stesso articolo di cui sopra, esistono diverse procedure per togliersi dai vincoli previsti per i soci.

Gli elementi che personalmente non apprezzo sono principalmente due:

  • Il catalogo che si presenta come ricco di volumi (sono 150 proposte circa ogni mese) ha sempre gli stessi titoli che girano e rigirano, soprattutto quelli che per il momento vanno per la maggiore, i classici tormentoni che potete trovare in ogni gruppo di lettori. Esatto, parlo proprio della saga dei Florio oppure dei romanzi della Pérrin, giusto per fare un paio di esempi. Insomma, a ben vedere, la scelta non è poi così variegata.
  • Il libro del mese è quasi sempre un thriller, cosa che non torna utile per i lettori che, come me, non hanno questo genere fra i propri preferiti. Questo mi spinge a dover controllare costantemente il sito per rifiutare il titolo del momento ed evitare di riceverlo nonostante non abbia alcun interesse a leggerlo (mi è successo almeno un paio di volte).

Di contro, però, ho fatto anche degli ottimi affari come acquistare best seller con uno sconto minimo del 20% oppure tris di libri pagando il 75% in meno!

Il giardino dalle mille voci di Ewald Arenz appartiene proprio a quest’ultima categoria, un romanzo che qui in Italia è quasi del tutto sconosciuto – su Ibs non esistono recensioni e su Amazon non raggiungono nemmeno la trentina – mentre in Germania ha avuto successo fin dal giorno della sua uscita.

Ecco qualche cenno sulla trama: Sally è una diciassettenne che scappa dalla clinica dove era rinchiusa per curare i suoi disturbi alimentari, perché è stufa delle persone che non la capiscono e dettano solo delle regole che lei deve seguire. Nella sua fuga raggiunge un paese di campagna con pochi abitanti e tanta natura, dove sembra che il tempo si sia fermato. Qui ad ospitarla è la taciturna Liss, che non le fa domande personali, ma la coinvolge a poco a poco nel lavoro dei campi, come una sorta di terapia benefica che però riguarda entrambe, perché anche questa donna nasconde dei segreti che la tormentano.

Nonostante, il libro non contenga un gran numero di pagine (superano di poco le duecento), si presenta comunque come una lettura impegnativa perché si concentra molto sull’analisi introspettiva delle protagoniste: da una parte abbiamo una ragazza arrabbiata con il mondo, sempre sulla difensiva, che desidera solo essere lasciata in pace e sentirsi libera.

Dall’altra c’è Liss, una donna che si sente appassire nella sua enorme fattoria, dove cerca di tenere a bada la frustrazione attraverso il piacere che trae dal lavoro nei campi, con i suoi ritmi regolari e la soddisfazione da ciò che produce.

Senza anticipare il finale, fra le due nasce un’amicizia profonda che le spinge a trovare forza l’una nell’altra per germogliare come i fiori dello stesso giardino che le circonda. Il simbolo di questo tentativo di riscatto è rappresentato dal giardino delle pere, che Liss inizialmente tiene gelosamente nascosto, anche perché è legato a sensazioni più negative che positive, per poi diventare una piacevole oasi di pace per entrambe.

Nel corso della storia l’autore accosta spesso le immagini della natura con la lotta interiore delle donne, soprattutto per quanto riguarda Liss, che ha un animo decisamente più tormentato, regalando al lettore un’immagine viva e poetica di ogni sentimento. Questo è uno degli aspetti che più mi sono piaciuti.

Invece, non ho del tutto apprezzato la struttura narrativa: le vicende del presente vengono a volte interrotte da flashback che riguardano il passato di una delle due, ma ci vuole qualche riga di lettura prima di riuscire a orientarsi e capire di chi si sta effettivamente parlando. Senza contare che in quei frangenti i dialoghi vengono riportati senza punteggiatura, rendendoli solo più irritanti, anche se capisco il tentativo di farli sembrare più simili a dei ricordi.

**Da qui in poi possono esserci anticipazioni sul finale**

Il finale della storia non mi è sembrato poi così scontato: non ci sono stravolgimenti nella vita delle due donne a livello fisico, perché Liss alla fine non fugge dalla fattoria, non incontra il figlio Peter, non affronta di petto il padre-padrone ecc. Così come Sally alla fine dovrà comunque tornare a casa ad adempiere ai suoi doveri, fra cui finire la scuola.

L’happy ending, se così si può definire, è tutto concentrato nell’animo delle protagoniste che riescono a vincere sui sentimenti negativi che le imprigionavano: la vera libertà non è quella fisica, ma quella che si ottiene a livello mentale, decidere per sé stessi ciò che rende davvero felici, senza doversi preoccupare di accontentare continuamente qualcuno, con il risultato di ritrovarsi alle soglie della mezza età pieni di rimpianti.

Un messaggio potente che si avverte come un’eco in tutto il romanzo per poi esplodere sul finale.

Attenzione, però, perché questo non significa fare tutto ciò che si vuole, ma trovare una sorta di equilibrio personale. Non a caso, Liss e Sally rappresentano due estremi di un’unica vita, due punti fondamentali nell’esistenza di ciascuna persona: la voglia di “spaccare il mondo” che si ha da ragazzini, in contrapposizione al resoconto che si fa in età più matura.

Non si può vivere per sempre in camper, senza responsabilità e pensieri, così come non si può decidere dall’oggi al domani di trasferirsi in una fattoria sperduta, facendo finta che il resto del mondo non esista più.

In sostanza, libertà non vuol dire fuggire, ma scegliere come affrontare ogni esperienza senza rinunciare alla propria felicità.

Voto 4/5.

Julia

“Quella donna non doveva pensare che lei adesso sarebbe tornata indietro. Non era così debole. Il malleolo bruciava ad ogni pedalata e questo era un bene. Pedalò più in fretta e più forte, si alzò e proseguì stando in piedi. Il vento le asciugò gli occhi. Quando arrivò all’inizio del bosco le bruciavano così tanto i polmoni che neanche più sentiva il malleolo, e riuscì giusto a vedere dove Liss sparì fra gli alberi.” Il giardino dalle mille voci, E. Arenz

Agatha Raisin La quiche letale – M. C. Beaton

Quest’estate, prima di partire per le vacanze, mi sono piazzata davanti alla mia libreria per capire quale storia mi sarei potuta portare dietro, ovviamente lontana dallo sguardo indiscreto di Guerra e Pace che ancora aspetta di essere finito.

Dunque, per me la libreria funziona un po’ come l’armadio dei vestiti: ho tanta roba, ma non so mai quale tirare fuori.

Le caratteristiche che cercavo erano le seguenti:

  • Qualcosa di leggero, poco impegnativo;
  • Un po’ di humor che non guasta;
  • Copertina interessante.

La scelta è ricaduta su Agatha Raisin La quiche letale di M. C. Beaton, che persino dal titolo fa presagire il tipo di storia che andreste a trovare.

Già tempo fa mi ero scontrata con lo humor inglese grazie a La Sovrana Lettrice di Bennet che, a dispetto delle recensioni, avevo trovato tutt’altro che divertente.

Eppure, questa volta mi sono dovuta ricredere!

Insomma, la protagonista è Agatha, una cinquantenne londinese che ha avuto una carriera brillante come PR, ma ora ha deciso di vendere tutto per trasferirsi nella campagna dei Cotsworlds.

Avete presente quelle casettine carine che si vedono nelle cartoline o nei film tipo L’amore non va in vacanza? Quelle costruite in pietra con giardino fiorito, caminetto perennemente acceso e vicini di casa che ti sorridono sempre.

Ecco, anche Agatha si era illusa di una situazione del genere, salvo poi scoprire che i vicini sono fintamente cortesi e che il suo giardino fa pena perché non viene curato.

Lei non si arrende e pur di entrare nelle grazie dei 4 gatti che vivono in zona, decide di vincere (partecipare non basta) una gara di quiche, nonostante non abbia mai cucinato un uovo al tegamino.

Come se non bastasse, uno dei giudici ci resta secco dopo aver mangiato proprio il suo piatto!

Ovviamente i primi sospetti ricadono su di lei e la sua principale preoccupazione è quella di dover rivelare che la quiche in realtà non l’ha cucinata lei, ma era andata a comprarla in città.

Iniziano così le sue indagini per scoprire chi abbia davvero ucciso il giudice della competizione, attraverso una serie di malintesi e l’incontro con casi umani.

Anche se i colpi di scena non sono poi così tanti, questo libro si fa leggere con piacere perché è davvero divertente.

Agatha è molto lontana dai detective che siamo abituati a conoscere, con la loro eleganza ed incredibile arguzia nello sgusciare fra una prova e l’altra senza alzare un polverone.

Lei no: è scontrosa, diretta, non le manda a dire, se la prende con il mondo intero e ovunque vada combina guai.

Io l’ho trovata semplicemente fantastica e più volte mi ha strappato una risata.

Una lettura consigliata per chi sta cercando un romanzo leggero, divertente e che contenga un pizzico di mistero in stile signora Fletcher.

Fra l’altro, ho scoperto che è il primo di una lunghissima serie che conta una trentina di libri e non sono neanche gli unici scritti dall’autrice.

Difatti, la signora Marion Chesney (1936 – 2019) ha pubblicato decine e decine di libri, alcuni utilizzando il suo vero nome, altri dietro numerosi pseudonimi, come M. C. Beaton, Ann Fairfax, Jennie TremaineHelen CramptonCharlotte Ward, e Sarah Chester.

Una mente a dir poco geniale!

Voto 5/5.

Julia

La ragazza interrotta – S. Kaysen

Per molte persone il nome Susanna Kaysen potrebbe non dire nulla, ma a sentir La ragazza interrotta salterebbe subito alla mente il film dal titolo molto simile del 1999, diretto da James Mangold.

E difatti, il lungometraggio Ragazze interrotte trae proprio ispirazione da questo diario autobiografico, dove l’autrice racconta la sua esperienza in manicomio, vissuta alla fine degli anni Sessanta.

Questo libro ha fatto parte della mia wishlist per diversi mesi, prima di decidermi a comprarlo e leggerlo. Nel frattempo avrò visto il film almeno un paio di volte: una storia toccante che lascia il segno, soprattutto per chi da quell’incubo non è più uscito.

Quando ho iniziato a leggere il diario ero sicuramente carica di aspettative: mi aspettavo un racconto lineare, dove forse si entrava più nei dettagli nelle storie che riguardavano le altre pazienti. Mi sarebbe piaciuto sapere anche che fine avessero fatto tutte.

Ad essere sincera, sono rimasta un po’ delusa in generale, perché l’ho trovato confusionario nella narrazione. In aggiunta, mi sono resa conto che per il film si è dato ampio spazio all’interpretazione, cercando di mettere in successione eventi raccontati a random.

Infatti il libro è così strutturato: una serie di brevi episodi raccontati in prima persona, intervallati da fotocopie di referti medici originali che riguardano Susanna stessa. Non ci sono date ad inizio capitolo, perciò non si riesce a collocare gli eventi all’interno di una linea temporale. L’ordine di presentazione non c’entra nulla, anche perché prima si parla della morte di un personaggio, il quale ricompare alcuni capitoli dopo.

Nella parte finale ci sono una serie di considerazioni dell’autrice riguardo alla sua patologia, da dove ha tratto il titolo del libro e giusto un paio di episodi per raccontare che fine abbiano fatto Lisa e Georgina.

Insomma, mi sarei aspettata un po’ più cura da questo punto di vista.

Ricordo che anche Alda Merini ne L’Altra Verità, oppure Chamed in Mi si è fermato il cuore, comunque hanno cercato di dare un ordine agli eventi, una sorta di orientamento per il lettore, seppur con stili completamente differenti.

Invece, la mia impressione è che Kaysen abbia voluto trascrivere un diario per sé stessa, una sorta di sfogo personale terapeutico per staccarsi definitivamente da quella esperienza in ospedale psichiatrico.

La sua narrazione rimane comunque lucida nella descrizione di atteggiamenti bizzarri che la caratterizzano, anche se a tratti sembra che lei stessa voglia negare di avere dei disturbi psichiatrici; invero, mostra delle perplessità riguardo al trattamento a lei riservato o all’interpretazione dei suoi comportamenti, così come alle condizioni che determinano la diagnosi stessa.

Celebre infatti è la sua osservazione riguardo alla promiscuità femminile, messa a confronto con quella maschile: un giudizio che spinge a riflettere, peraltro riportato anche nel film.

Insomma, lo consiglio? Sì, ma più che altro per le interessanti riflessioni riguardo agli stessi disturbi.

Ps: nel film ci sono aspetti diversissimi rispetto al libro, primo fra tutti le sembianze dei personaggi. L’infermiera Valerie nella realtà era bionda con carnagione chiara, mentre Lisa mora. Inoltre, alcuni episodi sembrano inventati di sana pianta, come la fuga di Susanna e Lisa, che raggiungono la casa di Daisy oppure la diagnosi di altre pazienti.

I matti sono un po’ come i calciatori scelti per battere il rigore. Spesso è pazza l’intera famiglia, ma poiché non può entrare tutta in ospedale, si sceglie una sola persona come pazza e la si interna. Poi, a seconda di come si sentono gli altri componenti, la si tiene dentro o la si risbatte fuori, per dimostrare qualcosa sulla salute mentale della famiglia stessa.La Ragazza Interrotta, S. Kaysen

Le sorelle Donguri – B. Yoshimoto

Quando ci sono periodi un po’ difficili e carichi di preoccupazioni, ognuno di noi cerca un modo per distrarsi: chi fa sport fino allo sfinimento, chi esce con amici e chi come me inizia a leggere NO STOP per riempire la testa di storie che non ci appartengono.

Settimane fa mi è capitato di passare in libreria e se c’è una cosa alla quale non riesco proprio a resistere sono quelle favolose offerte del tipo “Prendi 2 e paghi 9,90“.

Il problema è che molte volte scorrendo le copertine non trovo gran che di interessante, soprattutto quando afferro qualche volume e leggo la trama; quindi, in tempo zero mi allontano un po’ delusa.

L’ultima volta, invece, sono stata travolta dalla voglia di shopping e ho deciso di comprare qualcosa, fra cui Le sorelle Donguri di Banana Yoshimoto.

Premetto che all’inizio non mi entusiasmava l’idea di approcciarmi ancora a questa autrice: avevo letto Kitchen mesi fa e, a dispetto delle recensioni entusiaste presenti nel web, non mi aveva fatto impazzire. Cliccando qui, potete trovare la recensione.

Insomma, ho voluto fare un altro tentativo e sono rimasta molto contenta. Certo, è evidente che Le sorelle Donguri è un’opera più matura rispetto alla precedente, dove ritorna comunque il tema della morte (mamma, che ansia!) con conseguente lutto, ma lo fa in maniera così delicata, da diventare estremamente poetico.

In questo romanzo le protagoniste sono Donko e Guriko, due sorelle diversissime che dopo una serie di lutti che iniziano con la morte dei genitori in un incidente, possono contare solo l’una sull’altra. Decidono di aprire una sorta di sito di ascolto, dove la gente invia mail per sfogarsi sulla qualunque e loro rispondono dando conforto.

Un giorno Guriko sogna Mugi, il suo primissimo amore che non vede da anni, e decide di andare a cercarlo, trovando il coraggio di uscire dalla sua clausura: Guriko, infatti, è una ragazza molto introversa e di rado si concede svaghi, al contrario della sorella.

La storia ha un ritmo molto lento, senza particolari colpi di scena e potrebbe risultare noioso. Il grosso della narrazione riguarda l’analisi introspettiva di Guriko, che ricorda il suo percorso travagliato, il senso di solitudine che l’ha portata ad ammalarsi e il desiderio di cambiare pur non avendone il coraggio.

La storia d’amore fra lei e Mugi, così surreale e delicata, è stata una delle più toccanti che abbia mai letto. Secondo me era poesia pura, così come tutte le similitudini e metafore utilizzate nell’intero romanzo, a metà fra la realtà e il sogno di Guriko.

Per i teneroni inside come me, che da fuori sembrano sempre dei T-rex nevrotici e arrabbiati, è il libro ideale che fa sognare e riflettere, lasciando comunque un po’ di amaro in bocca.

Attenzione: non è la classica storia d’amore! Basta, non dico altro…

Voto 5/5.

“Quando non si esce in casa per tanti giorni, nella nostra testa il mondo diventa a poco a poco più grande di quello reale. Senza che ce ne accorgiamo, le nostre fissazioni prendono il sopravvento. Allora si deve uscire per ristabilire le proporzioni – questo è quello che faccio sempre. Farsi da parte, recuperare le energie. O così o si finisce per soccombere. La minaccia non viene dall’esterno: è la nostra parte più intima che rischiamo di perdere di vista. E se questo accade, le persone intorno a noi percepiranno il nostro spaesamento e il loro atteggiamento nei nostri confronti cambierà.” Le sorelle Donguri, B. Yoshimoto

Addio, a domani – S. Efionayi

Diversi mesi fa mi ricordo che era stato pubblicato un post di recensione su un gruppo di lettori, dove si parlava del grande classico Il buio oltre la siepe di H. Lee, considerato da tutti uno dei pilastri fondamentali per quanto riguarda la denuncia al razzismo.

È anche vero che il racconto dell’autrice risale agli anni Cinquanta e Sessanta, un bel po’ di decenni fa: di conseguenza alcune persone hanno anche smesso di prenderlo in considerazione, come un utente che proprio sotto a quel post aveva commentato dicendo che ormai si trattava di un testo superato, appartenente ad un periodo storico troppo lontano per potersi immedesimare.

Il problema è che il razzismo ha solo mutato forma, ma rimane sempre presente, come un tarlo che consuma tutti gli strati sociali di una qualsiasi società che vuole considerarsi civile.

La testimonianza di Sabrina Efionayi non ha scuse per passare inosservata: lei è una ragazza con una storia struggente, cresciuta in mezzo a più mondi, senza mai riuscire ad indentificarsi pienamente in nessuno di questi. Da una parte c’è quello della famiglia biologica, con una mamma nigeriana costretta a prostituirsi, mentre il padre compaesano ha persino rifiutato di riconoscerla (il cognome le è stato dato da un caro amico).

Dall’altra abbiamo una famiglia napoletana che prende a cuore la situazione, a tal punto da acconsentire a crescere quella bambina come se fosse una figlia.

Sabrina non perde legami con nessuno e col tempo cerca la sua identità indagando ovunque, ma senza riuscire mai ad inserirsi: fra gli italiani è troppo scura come aspetto, fra gli africani è troppo bianca nel comportamento.

Ciò che ho letto nella sua biografia Addio, a domani è un costante tentativo di assecondare le aspettative altrui, chiudendo sé stessa in un’ostinata discrezione. Quando parla dice alle persone ciò che vogliono sentirsi dire, frasi studiate per non offendere la mamma biologica che la vorrebbe più in linea con il carattere estroverso africano o per non alimentare la paura di perderla da parte della madre adottiva Antonietta.

Ma Sabrina ha tanto da dare. È una ragazza molto intelligente e la sua capacità di scrittura la si evince già da queste poche pagine, dove cerca di raccontare la sua storia e quella della madre Gladys dall’esterno, per poi terminare con una considerazione riguardo al razzismo di oggi.

Ora, pensi che Il buio oltre la siepe sia ormai superato perché al giorno d’oggi non si fanno più processi a persone solo per il colore della pelle?

Beh, allora leggi la testimonianza di questa ragazza e poi ne riparliamo.

Voto 5/5!

“Get up, Gladys. You’re a woman. You’re a black woman in a country where we are nothing. In a country like this, in a world like this, you have to be a woman twice. All you have to do as a woman, all the pain and all the love, you have to fight for it, twice. Cause you’re a black woman.” Addio, a domani di S. Efionayi

Il Petrolio di Alarico: pubblicazione postuma

Sono diversi giorni, se non settimane, che non termino un libro e faccio una recensione, ma il tempo non sempre è nostro amico (anzi, direi mai!) e, anche se soffro di insonnia, rimango comunque stordita, oltre che parecchio nervosa, nelle mie ore di veglia notturna.

Questa sera mi sono riproposta di non cedere all’impazienza e di sforzarmi di adoperare il tempo perso in maniera costruttiva: ovvero, invece di imprecare rumorosamente guardando mio marito dormire placidamente come un neonato, ho deciso di leggere un romanzo già iniziato, che in questo caso è stato Il Petrolio di Alarico di Rocco Donato Alberti, pubblicato postumo dalla sorella Roberta.

Questo libro è stato un mix di storia e fantapolitica che l’autore ha saputo sapientemente mischiare, dimostrando grande cultura e conoscenza a proposito di geografia, eventi importanti realmente accaduti e situazioni politiche. A queste nozioni interessanti ha aggiunto uno sfondo distopico, facente parte di un futuro più vicino di quanto si pensi, anche se per la datazione non c’è una precisa definizione.

Nel mondo immaginato da Alberti l’Italia è dilaniata su più fronti: si respira aria secessionista e ovunque, dai piccoli comuni a intere regioni, si rivendica il diritto di indipendenza dal potere centrale. Nel Sud questa ribellione è capitanata da Lello Capitani, detto Professo’, attorno al quale si raccoglie un nutrito gruppo di discepoli.

Come se non bastasse, si aggiunge anche la drammatica situazione climatica, con un innalzamento spaventoso delle temperature che comporta climi tropicali anche in pieno inverno, e una fenomeno misterioso che colpisce le gravide, in quanto incapaci di partorire senza causare la morte del feto e/o di sé stesse.

Dunque, dal punto di vista stilistico e come già anticipato, è palese che sia stato scritto da una persona di grande cultura, sia per il linguaggio che rimanda ad autori classici sia per la precisione di informazioni reali che si incastrano perfettamente alle vicende frutto della fantasia dell’Alberti, rendendole oltremodo verosimili. Ciò che secondo me ha stonato è la presenza troppo consistente di refusi, quantomeno nella versione eBook, che riporta errori di grammatica anche piuttosto gravi. In circostanze normali mi avrebbero fatto desistere dalla lettura, perché a mio avviso se sono troppi disturbano il ritmo, ma in questo caso ho accantonato volentieri la mia pignoleria.

Un’altra critica che mi sento di fare è quella che riguarda la caratterizzazione dei personaggi: nulla da dire su quelli maschili, che non solo spesso danno voce ai pensieri stessi dell’autore, ma hanno una loro evoluzione nel corso della storia. Per quanto riguarda quelli femminili, invece, ho notato una visione dicotomica che mi ha lasciata perplessa: da una parte ci sono le avvenenti superficiali, piene di trucco e di facili costumi, mentre dall’altra abbiamo la bellezza pura e incontaminata, quasi salvifica, di donne-madri.

Ecco, mi è sembrata una distinzione un po’ maschilista, se devo essere brutale, proprio perché ad un certo punto sembra proprio che sia la gravidanza stessa ad avere il potere di redimere le persone e lo stesso pianeta, ricalcando addirittura la figura di Cristo, mentre le altre, finché non dimostrano atteggiamenti materni, portano sostanzialmente alla perdizione. Ma non dico di più, altrimenti fornisco troppe informazioni importanti.

Insomma, lo consiglio? Sì, perché tutto sommato è una storia originale, che alla fine spinge a riflettere sulla corruzione reale di chi detiene il potere (o vorrebbe averlo), capace di barattare un intero paese in cambio di denaro per condurre uno stile di vita agiato. Alla fine importa solo uscirne puliti agli occhi degli altri, invece di fare concretamente qualcosa di positivo, che ricalchi in qualche modo degli ideali nobili per cui lottare ad ogni costo.

Voto 3/5.

Julia

La Califfa – A. Bevilacqua

Questo è esattamente il centesimo articolo che scrivo per il blog e vorrei dedicarlo ad uno di quegli autori ormai dimenticati, la cui fama negli ultimi decenni è stata offuscata da una serie infinita di best sellers, molti dei quali estremamente commerciali.

La Califfa di Alberto Bevilacqua è stato pubblicato per la prima volta nel 1964 e fu un successo editoriale, tanto che sei anni dopo ispirò il lungometraggio omonimo, con alla regia lo stesso autore e alla produzione Mario Cecchi Gori.

Devo essere sincera, sarà per la mia giovane età, ma non l’avrei mai conosciuto se non me l’avesse consigliato un amico, facente parte degli stessi gruppi di lettori su Facebook.

Il romanzo è ambientato negli anni Sessanta e ha come protagonista la giovane Irene Corsini, detta Califfa, che abita l’Oltretorrente del fiume a Parma, una zona molto povera per intenderci, insieme al marito Guido, un ex partigiano. Quest’ultimo, dopo aver assassinato due giovani fascisti, viene arrestato per tre anni, ma una volta uscito sembra cambiato: si mostra scontroso e violento con la moglie, ozia tutto il giorno e si interessa solo dei piccioni che alleva per il tiro al volo.

Come se non bastasse la Califfa, che già aveva dovuto sopportare il licenziamento per riduzione del personale in una fabbrica, perde il figlioletto Attilio, così scivola in un abisso di sconforto.

In questo frangente decide di ripiegare sull’amante di Vito Alibrandi, una promessa del calcio che vanta numerose conquiste femminili, ma senza lasciarsi prendere sentimentalmente da nessuna di queste.

È chiaro che leggendo le vicende del romanzo ci rendiamo conto che stiamo descrivendo una realtà che ormai riguarda forse pochissimi quartieri malfamati ancora presenti in Italia, dove vige ancora la netta contrapposizione e differenza fra indigenti e ricchi imprenditori. Nella storia questa forte separazione viene rappresentata dal fiume, che fisicamente divide due mondi che pare non possano mai incontrarsi.

La divisione di Bevilacqua poi, sembra assuma toni ancora più aspri se si tiene conto della rappresentazione dei personaggi: quelli ricchi sono semplicemente ipocriti senza cuore, attaccati solo al vile denaro, disposti al servilismo pur di rimanere attaccati come cozze ai propri privilegi; i poveri, d’altro canto, capita che siano inclini a comportamenti discutibili, ma perché vittime della loro stessa condizione.

In tutto ciò ho provato molta tristezza nei confronti della Califfa, una donna che ha dovuto fare i conti con esperienze tremende nella propria vita, dapprima perdendo l’amore, poi la stabilità economica e i suoi affetti più cari.

**DA QUI IN POI CI SONO ANTICIPAZIONI SUL FINALE**

Romy Schneider ne La Califfa

La sua disperazione la porta a compiere scelte che non la rendono felice, ma rappresentano una sorta di autopunizione, come lei stessa racconta alla Viola giustificando i motivi sul perché continuasse a perdere tempo con uno come Vito.

La scelta di diventare una slandra, una sorta di concubina simile a Giulia ne I Leoni di Sicilia (con la differenza che qui il Doberdò era già sposato) mi è sembrata più dettata dalla disperazione: vedova, senza figli, senza lavoro, a vivere sulla spalle di una povera amica prostituta che già faticava a mantenere i suoi bambini.

La Califfa non ci stava più e ha deciso di prendere in mano la sua vita: avrebbe intrapreso una strada difficile per terminare i suoi giorni in pace con sé stessa. E difatti, ha accettato di diventare l’amante di un attempato imprenditore, ascoltando con pazienza le turbe mentali della sua crisi di mezza età, ottenendo in cambio dei favori per aiutare i poveri del suo quartiere.

Il Doberdò sembra abbia conosciuto la sua Beatrice, la donna che l’ha risvegliato dal sonno durato decenni, durante i quali è stato spinto ad accettare qualsiasi cosa pur di raggiungere la sua attuale posizione. Ora che lei gli ha aperto gli occhi, vede la realtà in maniera diversa e si sente più vicino alle sue umili origini. Arriva persino a chiederle di vivere con lui e mettere su famiglia insieme.

Francamente mi è sembrata una situazione un po’ patetica, forse perché sono influenzata da una mentalità diversa: un anziano pieno di soldi e potere si innamora perdutamente di una giovane donna, alla quale regala tutto, esibendola come un trofeo personale. Lei, dal canto suo, non prova certo amore nei suoi confronti, ma più che altro un affetto profondo, legato anche alla speranza di poter ottenere una vita migliore, più dignitosa e, perché no?, avere la possibilità di tornare ad essere di nuovo una madre.

Queste mie considerazioni, legate al finale che sembra ricordare che il destino non si possa stravolgere del tutto, lasciano un po’ con l’amaro in bocca.

Voto personale 3.5/5.

Julia

“Si fa presto a dire: quella è una slandra, una donna di rifiuti. Ti mettono la croce addosso e addio, poi fanno le orecchie del sordo. Insomma, non ti ripulisci più perché l’onestà di andare in fondo alle cose chi ce l’ha, in questa Italia lazzarona, dove tutti i loro peccati li nascondono come beni di contrabbando, solo per puntare il dito contro le debolezze degli altri? Questa è la cristiana carità che io conosco, questo il volersi bene dei fratelli…” La Califfa, A. Bevilacqua

Vi sblocco un ricordo!

Oggi vorrei parlarvi di un vero e proprio tesoro nascosto che ho trovato fra i volumi della mia libreria personale: tanti piccoli testi dalla copertina bianca e titoli colorati, alcuni tratti da autori classici, altri un po’ sconosciuti.

Conservo un dolce ricordo di questi tascabili La Spiga, comprati tanti anni fa da mia mamma per me e mio fratello (abbiamo circa un anno di differenza), probabilmente cercando di alimentare una certa curiosità del mondo della lettura, cosa che per altro già avevo iniziato a manifestare.

Chi è cresciuto a cavallo fra gli anni Novanta e inizi anni Duemila probabilmente ne avrà già sentito parlare: la casa editrice di cui sopra aveva sponsorizzato delle collane di libri molto brevi, di circa una cinquantina di pagine, con caratteri parecchio grandi e dedicati a diverse fasce di lettori. Gli stessi nella parte finale riportavano degli esercizi semplici di comprensione del testo.

Le collane erano così suddivise per età:

  • I Rosicchia Favole, da 4 a 6 anni;
  • Le Pulci con gli Occhiali, da 6 a 8 anni;
  • Piccoli Lettori, da 8 a 11 anni.

Cominciate a ricordare qualcosa? Probabilmente ho sbloccato anche in alcuni di voi un dolce ricordo legato a questa esperienza: forse come me eravate bambini a quei tempi, oppure avete avuto figli o nipoti ai quali avete regalato gli stessi libri.

Ricordo ancora quando mia mamma ci aveva fatto scegliere i titoli che avremmo voluto. Nel mio caso ero andata più sul misterioso e horror, dal momento che queste storie mi intrigavano, come Racconti del terrore di E. A. Poe, oppure Il Triangolo delle Bermuda di S. Spartà, chiaramente entrambi in versione molto scarna per adattarla ai bambini.

Mio fratello, invece, aveva preferito qualcosa di soft, con un interessante Il Drago dormiglione di S. Bongiovanni, o ancora Pippo il Pipistrello di J. de La Fontaine.

Certo, non era facile scegliere in mezzo a titoli curiosi come Chichì, Cocò e Cucù e La Strega Frittellona!

Ma ciò che ho apprezzato, col senno di poi, era altresì la presenza di adattamenti di grandi classici per i più piccoli, come Biancaneve e i Sette Nani, Robinson Crusoe, Dracula e Don Chisciotte della Mancha, per citarne alcuni.

Che fine hanno fatto questi libri?

Dopo tanti anni è chiaro che ormai si tratta di collane fuori stampa, ma se siete fortunati potete trovare qualche reperto archeologico in vendita su Ebay, per esempio.

Navigando in rete ho scoperto che La Spiga fa parte del Gruppo Editoriale Eli e sul sito, che puoi raggiungere cliccando qui, ci sono sia proposte che riguardano manuali scolastici, sia il catalogo di narrativa suddiviso per fasce di età.

Sicuramente ci saranno altre case editrici che propongono la stessa iniziativa per i più piccoli, come la collana Oscar Primi Junior della Mondadori, oppure La Mia Prima Biblioteca di Fiabe Illustrate della Feltrinelli, ma i costi sono molto cambiati in questi vent’anni: difatti, l’offerta presente a quei tempi era di 4 volumi a soli 6 euro, mentre adesso lo stesso prezzo probabilmente vale per un singolo libro, quando scontato.

Per caso vi ho fatto ricordare qualche collana della vostra infanzia?

Julia